Giovanna Pedroni
Il pericolo dell’assuefazione alla violenza
Redazione
08.03.2026 07:46

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Sono nata e cresciuta in un
Cantone dove la violenza non faceva parte della routine quotidiana. I fatti di sangue che leggevamo sui giornali erano spesso storie
lontane, provenienti da altre nazioni e culture, da realtà che percepivamo totalmente
diverse rispetto alla nostra. Qui, pensavamo, certe cose non accadono. O almeno così sembrava. Perché è anche
vero che un tempo certi fatti restavano chiusi tra le mura domestiche, avvolti
nel silenzio, nel pudore, nel tabù. Non se ne parlava. Si sussurrava. O del
tutto si taceva.
Oggigiorno, vi è maggiore
consapevolezza. Si denuncia di più. Le vittime trovano più ascolto. Le
istituzioni hanno strumenti che prima non esistevano. Questo è un progresso
civile, e non va negato. Ma insieme alla maggiore consapevolezza, negli ultimi
anni osserviamo anche un aumento dei casi registrati di violenza domestica. E
questo dato non può lasciarci indifferenti.
Dopo i fatti di sangue di
Bellinzona a fine gennaio e l’omicidio-suicidio a Gnosca a metà febbraio, la
domanda si impone: stiamo assistendo a una tragica coincidenza o a un segnale
più profondo? Il rischio più grande non è solo l’accrescere della paura tra la
popolazione. Il rischio più grande è l’assuefazione. Che
per qualche giorno se ne parli con sgomento, e poi lentamente tutto torni a
scorrere come prima, come se nulla fosse accaduto.
In Svizzera nel 2024 sono
stati registrati oltre 21’000 reati di violenza domestica: circa il 40% di
tutti i reati violenti denunciati. Le vittime sono in larga maggioranza donne,
ma anche bambini, anziani e persone vulnerabili. In media, ogni due settimane
una persona perde la vita in ambito domestico. Numeri che parlano chiaro: non
si tratta di episodi isolati, ma di un fenomeno strutturale.
La storia insegna che le
società non si indeboliscono soltanto quando la violenza esplode. Si
indeboliscono quando smettono di reagire. L’antropologia ci mostra come la
ripetizione trasformi l’eccezione in paesaggio, e il paesaggio in normalità. È
proprio questo che dobbiamo evitare.
La violenza non nasce
improvvisamente. Si insinua nelle parole aggressive, nelle umiliazioni
quotidiane, nell’idea di possesso sull’altro. Inizia quando la dignità viene
ridotta, quando il conflitto sostituisce il dialogo, quando il rispetto viene
meno dentro le relazioni più intime. Per questo la sicurezza non è solo una
questione di polizia o di tribunali. È una questione culturale. Significa
protezione tempestiva per chi è in pericolo. Significa certezza dell’intervento
quando emergono segnali d’allarme. Significa collaborazione tra scuola, servizi
sociali, sanità e forze dell’ordine. Ma significa anche educazione al rispetto
fin dall’infanzia, nessuna violenza sui bambini, nessuna normalizzazione
dell’umiliazione come forma di autorità.
Una società sicura è una
società che sa porre limiti chiari. Che non relativizza il male. Che non si
abitua alle parole “fatto di sangue” come fossero una voce tra le altre del
notiziario.
Bellinzona e Gnosca non sono
nomi lontani. Sono casa nostra.
E una casa si protegge. Con
responsabilità. Con coraggio. Con la fermezza di chi sa dire che la violenza
non appartiene alla nostra identità e non diventerà mai normalità.
Giovanna Pedroni, Dottoranda in Salute Pubblica, Presidente Giovani del Centro Ticino, Consigliera
Comunale Bellinzona (Il Centro)

