Maria Pia Ambrosetti
Il libro scomodo sulla NATO che sparisce dalle librerie svizzere
Redazione
13.09.2026 17:30

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Il 19 agosto
2026 il giornalista svizzero-tedesco Rafael Lutz ha pubblicato Das
NATO-Netzwerk in der Schweiz, un’inchiesta destinata a far discutere.
Basandosi anche su documenti ottenuti attraverso la legge sulla trasparenza,
Lutz ricostruisce l’esistenza di una rete di funzionari, esperti e giornalisti
che, a suo giudizio, starebbe favorendo un progressivo avvicinamento della
Svizzera alla NATO.
La tesi
centrale è che, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, all’interno
dell’Amministrazione federale si sia consolidato un orientamento nettamente
favorevole a una maggiore integrazione con l’Alleanza atlantica. Lutz punta il
dito in particolare contro il DFAE e il DDPS. Secondo il giornalista, nei
gruppi di lavoro incaricati dal DFAE di riflettere sul futuro della politica
estera svizzera sarebbero stati coinvolti quasi esclusivamente esperti vicini
all’UE e alla NATO, lasciando pochissimo spazio ai sostenitori della neutralità
tradizionale.
Lutz
ricostruisce inoltre le carriere e l’influenza di diverse personalità della
politica di sicurezza. Tra queste cita Benno Zogg, passato dal Center for
Security Studies del Politecnico federale di Zurigo al DDPS e successivamente
al SEPOS, dove oggi dirige la divisione Strategia e anticipazione. Secondo
Lutz, il suo percorso sarebbe emblematico dell’influenza crescente di ambienti
favorevoli a un ripensamento della neutralità.
Quanto è già
avanzato l’avvicinamento alla NATO?
Tra gli
elementi più interessanti dell’inchiesta vi sono alcuni documenti interni
dell’Amministrazione federale. In una presa di posizione sull’iniziativa per la
neutralità, il SEPOS avrebbe avvertito che la sua approvazione comporterebbe
una «forte restrizione delle possibilità di cooperazione» con la NATO. Lutz
interpreta questa formulazione come un’indicazione del livello già raggiunto —
e di quello previsto in futuro — nella collaborazione con l’Alleanza.
Il giornalista
ricorda inoltre che nel solo 2025 la Svizzera avrebbe partecipato a 23
esercitazioni con Paesi partner. A suo avviso, l’intensificazione delle
esercitazioni e gli accordi di cooperazione nel settore della sicurezza
starebbero creando una forma di integrazione di fatto, pur senza un’adesione
formale alla NATO.
Un altro
documento riguarda lo spazio informativo ed è stato consegnato con circa il 40%
del contenuto caviardato. Secondo la lettura di Lutz delle parti accessibili,
il DDPS starebbe valutando strumenti per seguire digitalmente persone o
organizzazioni e le loro «tracce di dati», attraverso fonti pubblicamente
accessibili e informazioni provenienti da «sensori del servizio informazioni».
Il documento fa inoltre riferimento a dottrine NATO relative alle comunicazioni
strategiche e alle operazioni informative. Va precisato che i critici della
NATO non vengono esplicitamente indicati come obiettivo: è Lutz a ritenere che
possano rientrare tra i soggetti interessati.
Sono elementi
che meritano quantomeno una discussione pubblica. Fino a che punto può
spingersi la cooperazione con un’alleanza militare senza mettere in discussione
la neutralità? E quali devono essere i limiti dell’azione dello Stato nello
spazio dell’informazione?
Un libro
ritirato senza una decisione giudiziaria
Ma la vicenda
assume un significato ancora più delicato per ciò che è accaduto dopo la
pubblicazione.
Un capitolo del
libro è dedicato a Pälvi Pulli, già responsabile della politica di sicurezza
del DDPS e in seguito vicedirettrice del SEPOS. Lutz vi formula anche
affermazioni personali sulla sua carriera, che Pulli ha duramente contestato
attraverso la propria avvocata, definendole grossolanamente sessiste. Fin qui
nulla di anomalo: chi ritiene che la propria reputazione sia stata lesa ha
tutto il diritto di difendersi.
Ciò che
sorprende è quanto avvenuto successivamente. Secondo Lutz, dopo l’intervento
dell’avvocata i grandi librai svizzeri hanno ritirato il libro dal loro
assortimento senza che un tribunale ne avesse ordinato il ritiro, nemmeno a
titolo superprovvisionale. Per evitare il rischio e i costi di una causa,
l’editore ha oscurato integralmente il capitolo contestato. Ciononostante, il
blocco della vendita è rimasto.
Lutz parla
apertamente di censura
Dal punto di
vista formale non siamo di fronte a una censura di Stato: nessuna autorità,
stando alle informazioni disponibili, ha vietato la pubblicazione. Ma il caso
solleva comunque un problema serio. Se la prospettiva di un’azione legale è
sufficiente a far ritirare un libro dai principali canali di vendita senza che
un giudice ne abbia accertato l’illiceità, si produce un evidente effetto
dissuasivo sulla libertà editoriale.
Quanti editori
saranno disposti, in futuro, a pubblicare inchieste controverse su funzionari,
istituzioni o ambienti influenti sapendo di poter affrontare spese giudiziarie
considerevoli?
Si può
condividere o respingere l’interpretazione di Rafael Lutz sulla NATO. Le sue
accuse devono poter essere verificate e le persone chiamate in causa devono
poter replicare. Ma la risposta a un libro scomodo dovrebbe essere il
confronto, la confutazione e il dibattito pubblico, non la sua scomparsa dagli
scaffali.
In una
democrazia come quella svizzera, fondata sulla libera formazione dell’opinione
dei cittadini, questo caso dovrebbe far riflettere. La libertà d’espressione
acquista tutto il suo significato proprio quando vengono formulate tesi che
disturbano, contestano le scelte delle istituzioni o mettono in discussione
orientamenti politici consolidati.
E a sole due
settimane dalla votazione sull’iniziativa per la neutralità, il Popolo svizzero
ha più che mai il diritto di conoscere i fatti, confrontare le diverse versioni
e sapere la verità.
Maria Pia
Ambrosetti, granconsigliera

