Lorenzo Onderka
Il lavoro deve valere la pena. Ma deve anche esserci
Redazione
10.10.2026 13:05

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La mozione di Avanti con Ticino&Lavoro
accolta dal Gran Consiglio pone una domanda tanto semplice quanto importante: lavorando
di più, starò davvero meglio finanziariamente?
È una domanda che merita di essere posta.
Aumentare il proprio grado d'occupazione dovrebbe significare migliorare la
propria situazione economica. Ma se il maggiore reddito viene in parte
assorbito dall'aumento delle imposte, dalla diminuzione dei sussidi o
dall'aumento di altri costi, il risultato può essere molto diverso da quello
atteso.
È quindi giusto verificare, come chiede Avanti
con Ticino&Lavoro, se il nostro sistema contenga disincentivi per chi vuole
lavorare di più.
Credo
però che questa riflessione debba essere allargata a un'altra realtà del nostro
mercato del lavoro: il lavoro interinale. I numeri meritano attenzione.
Tra il 1998 e il 2022 le ore di lavoro interinale in Ticino sono aumentate del
638%, contro il 248% a livello svizzero. Negli anni successivi il fenomeno si è
ridimensionato rispetto a quel picco, ma rimane molto più importante rispetto
ai livelli di partenza.
Non considero il lavoro interinale un male in
sé. Le aziende hanno bisogno di flessibilità per affrontare picchi di
produzione, sostituzioni o progetti di durata limitata. È una necessità
economica che non possiamo ignorare. Ma anche la flessibilità dovrebbe avere un
limite.
Non parliamo soltanto di giovani alla ricerca
delle prime esperienze professionali. Parliamo anche di uomini e donne con una
famiglia, un affitto da pagare, i premi della cassa malati e le normali spese
che arrivano puntualmente ogni mese. Immaginiamo una persona alla quale vengono
prospettate due o tre settimane di lavoro. Accetta e magari, proprio perché si
è impegnata, rinuncia a un'altra opportunità. Fa i propri conti pensando di
poter contare su quel salario. Poi, dopo pochi giorni, arriva una telefonata: «Il
lavoro è diminuito, da domani non abbiamo più bisogno di te».
Per un'impresa può essere la conseguenza di un
progetto cambiato, di un ordine posticipato o di una diversa organizzazione del
lavoro. Per chi quella sera torna a casa, invece, la domanda è molto più
concreta: come copro adesso quello che manca a fine mese? È qui che la
parola flessibilità assume un significato diverso a seconda del lato dal
quale la guardiamo. Le imprese hanno bisogno di flessibilità. Ma anche chi
lavora ha bisogno di un minimo di sicurezza per poter programmare la propria
vita e sostenere la propria famiglia.
E c'è un altro aspetto sul quale vale la pena
riflettere. Quando il reddito da lavoro diventa troppo incerto, aumenta il
rischio che una persona o una famiglia debba ricorrere agli aiuti pubblici. A
quel punto una parte del costo della flessibilità non rimane più soltanto sulle
spalle del lavoratore: rischia di essere trasferita anche alla collettività.
In un Cantone con finanze pubbliche già sotto forte pressione, non è un
aspetto secondario.
La mozione di Avanti con Ticino&Lavoro ha
quindi il merito di riportare al centro un principio semplice: chi vuole
lavorare di più non dovrebbe essere penalizzato per averlo fatto.
Facciamo allora un passo ulteriore. Pensiamo
anche a chi vorrebbe semplicemente lavorare al 100%, ma passa da una missione
all'altra senza sapere se potrà davvero contare sul lavoro che gli è stato
prospettato. Le imprese hanno diritto alla flessibilità necessaria per
competere. Ma chi lavora dovrebbe poter contare almeno su una ragionevole
sicurezza quando accetta un impegno.
Flessibilità sì. Ma siamo sicuri che sia
ancora equa quando il rischio finisce quasi sempre dalla stessa parte?
Lorenzo Onderka - Sostenitore di Avanti con Ticino&Lavoro

