Andrea Togni
Il gioco delle 3 carte…
Redazione
11.02.2026 15:51

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Se davvero la RSI fosse uno
strumento di indottrinamento politico, il Ticino sarebbe cambiato negli ultimi
vent’anni. Ma questo cambiamento non c’è stato. Il Cantone rimane stabile nei
suoi equilibri politici di centro destra, segno che l’idea di un’influenza
diretta della RSI sul voto è più polemica che realtà.
La RSI svolge un lavoro
complesso: rappresentare opinioni diverse, dare spazio ai contrasti, verificare
le fonti in un’epoca in cui la velocità dell’informazione è spesso nemica della
verità. Un contesto dominato da superficialità, titoli urlati e
disinformazione. Il servizio pubblico è uno strumento di equilibrio, un
presidio democratico, profondamente Svizzero, che molti paesi hanno perso e
che non scontato.
L’alternativa sarebbe un’informazione
dominata da tv private, straniere, costose, governate dalla logica del profitto,
con l’obiettivo di massimizzare clic e ricavi pubblicitari, non fornire
un’informazione accurata. Una notizia ben verificata, diffusa in più lingue,
costa; una polemica incendiaria genera traffico sui social. La conseguenza è
evidente: meno contenuti approfonditi, più tensione e polarizzazione. Non è
un’ipotesi teorica, ma ciò che sta già accadendo in molti paesi occidentali e
che abbiamo recentemente sperimentato dopo i gravi accadimenti di Crans … i
Ticinesi non sono così, non dibattono così, non vogliono un giornalismo così!
Il gioco delle 3 carte. Mentre si discute del
canone, nessuno guarda però al vero interesse dei promotori: nei corridoi del
Palazzo federale operano lobby potentissime. La spinta all’iniziativa non
proviene dal desiderio di efficientare il servizio pubblico, di farci
risparmiare 100 Frs. l’anno, ma dagli interessi di grandi gruppi mediatici privati.
Tra questi, attori media internazionali, interessati a un mercato
radiotelevisivo più aperto a modelli commerciali, e colossi editoriali svizzeri
privati, che vedono nella SSR RSI un concorrente capillare, credibile e
fastidioso.
Per questi soggetti, mossi da
logiche di mercato attente ai grandi agglomerati e non alle zone minoritarie o
periferiche, una SSR RSI ridimensionata significherebbe più spazi di mercato,
maggior controllo dell’agenda mediatica e un indebolimento del giornalismo
indipendente. Il dibattito sull’iniziativa, dunque, non riguarda la riduzione
del canone, ma la redistribuzione del potere informativo nel Paese. Un tema
cruciale che merita trasparenza e una discussione sincera soprattutto tra chi,
Ticinese e sovranista, si professa.
Difendere la RSI, l’indotto
economico, i posti di lavoro e di formazione nel nostro Canton Ticino, non
significa essere statalista. Significa sostenere il modello Svizzera, in cui
l’informazione generalista e plurilingue resta un bene pubblico, accessibile a
tutti e non subordinato agli interessi commerciali o agli algoritmi.
Significa proteggere un’infrastruttura culturale che mantiene il dibattito
democratico ancorato ai fatti e non agli umori del mercato.
Sono un Ticinese attento,
nazionalista e proteso verso una democrazia solida, informata e indipendente,
ed è per questo che voterò NO in maniera forte e convinta.
Andrea Togni, consigliere comunale PLR Lugano, SSR CORSI

