Simone Conti
Il cielo non era sereno da tempo
Redazione
11.10.2023 16:53

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Durante
questa campagna elettorale stiamo assistendo ad un imbarazzante silenzio e ad
una preoccupante indifferenza da parte della classe politica rispetto ad uno
dei fallimenti più iconici del neoliberismo occidentale. Sono trascorsi sei
mesi dal fatidico giorno in cui il Credit Suisse – banca fondata da Alfred
Escher nel 1856 a Zurigo – ha dichiarato bancarotta, favorendo così una sua
acquisizione agevolata a beneficio dell’UBS. Il fallimento tecnico del Credit
Suisse non ha solamente recato gravi danni reputazionali alla credibilità della
piazza finanziaria Svizzera, ma ha anche messo in luce le profonde fratture del
sistema politico ed economico della Confederazione.
Questo
articolo si propone di riportare al centro del dibattito politico gli avvenimenti
correlati al collasso del Credit Suisse analizzando tali questioni sia dal
punto di vista politico che dalle prospettive delle autorità competenti. A tale
scopo nei paragrafi seguenti cercherò di dimostrare la falsità della narrazione
d’urgenza con cui si sono motivati ed in alcuni casi ratificati gli interventi
statali del Consiglio Federale, dalla Banca Nazionale Svizzera (BNS), e dall’Autorità
Federale di Vigilanza sui Mercati Finanziari (FINMA), ma anche dai partiti e
dai loro rappresentanti.
In
seguito all’insolvenza dell’istituto bancario, i rappresentanti dei partiti
presenti alle camere federali, nonché alcuni membri della deputazione ticinese
a Berna, hanno rilasciato dichiarazioni che a seconda della loro appartenenza
partitica spaziavano dall’esprimere un profondo sconforto per il fallimento al
manifestare un sostegno assoluto alle misure adottate dalle autorità. Alla luce
della lunghissima documentazione pubblica relativa agli avvenimenti e agli
indicatori economici che avrebbero dovuto sollevare più che un campanello
d’allarme, ritengo che la narrazione di un “fulmine a ciel sereno” sia del
tutto ingannevole.
I
primi sintomi di una profonda crisi manageriale emersero nel 2019, quando l’istituto
finanziario zurighese assunse un’agenzia investigativa per pedinare alcuni dei
suoi dirigenti, tra cui l’ex capo del personale Peter Goerke ed il responsabile
della gestione patrimoniale Iqbal Khan (successivamente passato all’UBS). Queste
calamità portarono all’allontanamento del direttore operativo Pierre-Olivier
Bouée, del responsabile della sicurezza Remo Boccali e con molte probabilità
alle dimissioni dall’ex CEO Tidjane Thiam.
In
aggiunta, a partire dal 2020, il Credit Suisse è rimasto coinvolto in una serie
di investimenti rovinosi, tra cui quelli legati a Wirecard, Greensill Capital e
Archegos Capital Management. L’istituto finanziario si è esposto per oltre 30
miliardi di franchi e ha totalizzato perdite superiori ai 5 miliardi di
franchi. Come se non bastasse, nel corso del 2021 sono emerse alcune
vicissitudini relative al passato, come ad esempio, le serie carenze in materia
di antiriciclaggio. Un episodio emblematico in questo contesto è stato il
prestito di 1 miliardo di franchi concesso alla Repubblica del Mozambico; è successivamente
emerso che una parte significativa di questa somma è stata suddivisa in
tangenti tra gli appaltatori del Mozambico e alcuni membri del personale
bancario del Credit Suisse (scandalo Tuna Bonds). Allo stesso modo, nel 2022,
la banca ha sofferto della più grande trafuga di notizie nella storia finanziaria
Svizzera, con la divulgazione di informazioni riguardanti oltre 30’000 clienti,
tra cui apparivano capi di stato, funzionari dei servizi segreti, signori della
droga e uomini d'affari sanzionati, noti pubblicamente per il loro
coinvolgimento in violazioni dei diritti umani, traffico di droga, corruzione,
riciclaggio di denaro e altri reati gravi (scandalo Suisse Secrets).
Vi
erano altresì numerosi indicatori economico-finanziari che preannunciavano lo
scenario peggiore. A partire dal gennaio 2022, il valore azionario del Credit
Suisse è stato in costante declino, registrando i minimi storici dalla sua
quotazione borsistica, e le scommesse sul fallimento della società (credit default
swap) hanno raggiunto i livelli più elevati dal 2009. I dati ci mostrano anche
che l’istituto zurighese aveva uno dei rapporti più bassi d’Europa per quanto
riguarda la differenza tra il valore borsistico e il valore effettivo dei suoi
possedimenti a bilancio (price to book ratio), significativi deflussi di
capitale che ammontavano a 123 miliardi di franchi di fondi in gestione
solamente nel corso del 2022, nonché una maxi-perdita di 7,29 miliardi di
franchi nell’esercizio 2022 – la più significativa dal 2008.
Insomma,
il fallimento di Credit Suisse era nell’aria, tanto che dopo 20 anni di
partecipazione nell’azionariato della banca, nell’ottobre 2022, la società
d’investimento americana Harris Associates ha azzerato la sua quota di
maggioranza relativa. Tutti questi eventi ed indicatori dovrebbero dimostrare
che la narrazione del “fulmine a ciel sereno” manca di solide fondamenta. Tuttavia,
durante la conferenza stampa indetta dal Consiglio federale per annunciare le
sorti del Credit Suisse, il presidente della Confederazione Alain Berset si è
limitato a ribadire che una soluzione rapida a garanzia della stabilità era
assolutamente necessaria. Questo messaggio è stato riflesso anche dalle
dichiarazioni di Karin Keller Sutter (responsabile del Dipartimento federale
delle finanze), Marlene Amstad (presidente della FINMA), e Thomas Jordan
(presidente della direzione della BNS). Essi hanno enfatizzato che una temporanea
o totale nazionalizzazione del Credit Suisse avrebbe comportato rischi maggiori
per i contribuenti, poiché il processo di risanamento non poteva funzionare.
L’effetto
sorpresa che ho precedentemente cercato di sfatare è chiave per comprendere le
logiche secondo cui sono state applicate queste misure “necessarie” per evitare
che i contribuenti fossero esposti a rischi maggiori. Al fine di concludere
rapidamente l’operazione mediante l’emanazione di ordinanze d’urgenza, il
Consiglio federale si è avvalso del diritto d’urgenza, utilizzabile “per far
fronte a gravi turbamenti, esistenti o imminenti, dell’ordine pubblico o della
sicurezza interna o esterna”. Per mezzo di questa procedura, l’acquisizione è
stata concordata mediante un accordo tra Consiglio Federale, BNS, FINMA, Credit
Suisse e UBS, senza la necessità di essere assoggettata in precedenza all’approvazione
degli azionisti di UBS e dei rappresentanti dei cittadini a Berna.
Questa
situazione ha portato all'acquisizione del Credit Suisse da parte dell'UBS per
un modesto prezzo di 3 miliardi di franchi (contro una valutazione contabile di
45.3 miliardi di franchi a dicembre 2022). L’acquisizione diventa ancora più vantaggiosa
se si considera che il Credit Suisse aveva ricevuto una garanzia preventiva a
sostegno della liquidità pari a 50 miliardi di franchi poco prima del suo
fallimento. Dall’altra parte, l’UBS si è ulteriormente assicurato 9 miliardi di
franchi in garanzie per coprire possibili perdite del Credit Suisse, 100
miliardi di franchi aggiuntivi in garanzie di liquidità, e l’azzeramento di
alcuni debiti per un valore di 16 miliardi di franchi (obbligazioni AT1).
Atteniamoci
ai fatti. Da destra a sinistra non si è fatto altro che parlare di opzioni
circoscritte e di potenziali conseguenze disastrose per l’economia e i
cittadini nel caso di un fallimento o di un’alternativa all’acquisizione da
parte di UBS. Siete veramente sicuri? Viviamo in un'epoca dominata da approcci
tecnocratici, in cui la ricerca di certezza matematica è predominante, eppure, crediamo
ad una tesi non supportata da alcun dato né contestualizzata in un orizzonte
temporale per procedere ad un’adeguata valutazione di tale scelta. Oltre a ciò,
rimane molta amarezza riguardo alla scarsa trasparenza con cui le nostre
istituzioni hanno condotto il processo di selezione del fortunato acquirente.
Perché non si è considerata l’eventualità di coinvolgere altre istituzioni
finanziarie, ad esempio attraverso un approccio federativo delle Banche
Cantonali Svizzere o mediante un intervento della PostFinance? Oppure, perché
non si è valutato un approccio simile a quello inizialmente considerato nel
caso del fallimento di UBS, che prevedeva l'apertura a capitali esteri?
I
campanelli d’allarme erano presenti, le alternative anche. Ci sono voluti 167
anni ed una classe manageriale e politica che opera tra l'inconsapevole ed il
servile per portare al fallimento quella che era la seconda istituzione
finanziaria del Paese. Siamo governati da una cerchia di tecnocratici che negli
ultimi trent’anni non ne hanno fatta una giusta. Da una parte questo fallimento
rappresenta simbolicamente la fine di un’epoca storia di credibilità sistemica
Svizzera nello scenario internazionale, dall’altra, il capolinea storico di
un’istituzione il cui fondatore ha avuto un ruolo di primissimo piano nella
costruzione della galleria ferroviaria del San Gottardo e nell’istituzione del
Politecnico federale di Zurigo.
Simone Conti,
candidato No. 4 al Consiglio degli Stati per Costituzione Radicale

