Mauro Stanga
I Mori delle Processioni e le tradizioni (che per fortuna cambiano)
Redazione
10.04.2024 08:32

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“S’è sempru fai inscì!” hanno tuonato gli strenui difensori
delle “nostre tradizioni” a proposito della proposta di rinunciare alla sfilata
di personaggi con la faccia dipinta di nero alle processioni di Mendrisio. Erano tanto scandalizzati e convinti che quasi veniva da
pensare che avessero ragione, per lo meno sull’immutabilità di quella pratica.
E invece no, ed è la Storia a smentirli, per mezzo di un vecchio articolo pubblicato
nel 1953 sul “Giornale del Popolo”. Una “recensione” scritta da Pio Ortelli
sulle processioni storiche di Mendrisio di quell’anno. Lasciamo parlare
l’autore: “Alcuni bambini da me intervistati hanno dichiarato che i
figuranti a cavallo che più li hanno colpiti sono stati i quattro mori.
Effettivamente erano splendidi: neri come la pece (non tinteggiati alla bell’e
meglio come qualche volta accadeva prima), belle teste, due anelli alle
orecchie, uno per ciascuna, e un anello al naso. Quasi troppi anelli; a me
sembra che l’anello al naso disturbi la grazia africana degli altri due; ma mi
guarderei bene di proporre agli ordinatori di toglierlo, quello al naso, perché
si eliminerebbe un motivo di meraviglia per i piccoli”.
Ohibò. L’attento cronista di allora testimonia dunque che nel
1953 i mori portavano un terzo anello al naso, nel frattempo – e per fortuna –
sparito. L’anello al naso (a volte associato anche a una sveglia al
collo) era un osceno simbolo coloniale, molto diffuso nelle caricature razziste
di allora, in cui gli uomini di colore venivano rappresentati come selvaggi
ingenui da raggirare e sottomettere. Non so dire quando sia successo, ma evidentemente, dopo il
1953, a Mendrisio qualcuno dotato di buon senso si è reso conto che l’anello al
naso veicolava un pessimo messaggio e ha deciso di toglierlo, lasciando solo i
due alle orecchie. Ci sarà stata una levata di scudi anche allora? Qualcuno avrà
urlato “S’è sempru fai inscì!” in difesa delle “nostre tradizioni”? Poco
importa, perché il risultato è che i personaggi dei mori sono stati adattati,
levando quel particolare volgare, eredità di ignoranze passate.
Tornando alla cronaca di Pio Ortelli, lo stupore dei bambini
verso i mori mi ha ricordato un aneddoto che mi raccontava mio papà. Quando era
bambino, a Roveredo, un giorno arrivò, dopo un’attesa durata giorni, un furgone
che pubblicizzava una marca di cioccolato. L’attrazione vera però non erano le
tavolette in vendita (che in pochi potevano permettersi) bensì l’annunciata
presenza di due uomini di colore, fatti scendere dal furgone ed esibiti alla
popolazione.
Non se ne erano mai visti, a Roveredo, e mio papà rimase
stupito proprio come i bambini di Mendrisio nel ’53 di fronte ai mori dipinti con
l’anello al naso. Solo che, a differenza degli odierni difensori delle “nostre
tradizioni”, mio papà col senno di poi l’aveva capito da solo, che non era né
giusto né dignitoso, portare in giro degli esseri umani per esporli alla
curiosità della gente radunata apposta nelle piazze.
E il ricordo dei suoi “L’era pé miga normàl!” (non ha mai
abbandonato il dialetto di Roveredo, nemmeno dopo decenni di vita nel
Mendrisiotto) mi pare molto più assennato e decoroso degli scomposti “S’è
sempru fai inscì!” dei giovani conservatori di oggi.
Mauro Stanga, Balerna


