Simone Conti
I ladri di polli in carcere, i “bancarottieri” sempre liberi
Redazione
17.10.2023 14:42

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Il 19 marzo scorso, il
Credit Suisse, precedentemente annoverato quale azienda cardine dell’economia
svizzera, è giunto al suo triste epilogo a causa di ricorrenti scandali,
pessimi risultati finanziari e gravi carenze riguardo alla gestione dei rischi.
Tali eventi hanno gravato alla reputazione dell’istituto bancario risultando
nella perdita di fiducia dei clienti e dei mercati finanziari. Tra i diversi avvenimenti
figurano per esempio il coinvolgimento del Credit Suisse in attività di
pedinamento verso i propri dipendenti, il crack di diversi investimenti
finanziari (Greensill Capital e Archegos Capital Management) ed il promulgarsi
di continue inadempienze alle norme di antiriciclaggio e anticorruzione (caso
Tuna bonds e Suisse secrets).
Déjà vu! Il 16 ottobre
di 15 anni fa la Confederazione e la Banca Nazionale Svizzera intervennero
mediante un salvataggio pubblico di 60 miliardi di franchi per preservare
l’UBS. In seguito a questa operazione, i politici e gli alti funzionari delle
nostre istituzioni ribadirono l’impegno a non dover mai più affrontare una
situazione simile. La promessa era che mediante l’implementazione di rigorose
misure legislative si sarebbero limitati i rischi economici provenienti da
alcune banche troppo grandi per fallire (too big to fail) e si sarebbe evitato
di ricorrere a ulteriori aiuti pubblici.
Purtroppo,
questa promessa non è mai stata mantenuta. Nonostante l’inasprimento della
regolamentazione bancaria mediante il rafforzamento dei fondi propri, i
requisiti di liquidità, misure relative alla distribuzione dei rischi, alla
trasparenza e alla vigilanza non si è riusciti a disincentivare la presa di
rischi oltremisura, in quanto sempre in fondo rimaneva il presagio di un
salvataggio pubblico. Ne risulta che le istituzioni finanziarie di rilevanza
sistemica godono oggi più che mai di un’implicita assicurazione
anti-fallimento, una garanzia dello Stato, un privilegio non retribuito e senza
base giuridica, che distorce le regole del mercato e conferisce loro un
notevole vantaggio competitivo.
Successivamente
alla crisi dei mercati finanziari del 2007-2008, è stata istituita l’Autorità
Federale di Vigilanza sui Mercati Finanziari (FINMA) incaricata di garantire la
tutela dei clienti del mercato finanziario e di assicurarne il regolare
funzionamento. È innegabile, dal mio punto di vista, che la FINMA abbia
manifestato gravi lacune nel suo ruolo di vigilanza ed enforcement. Tuttavia, è
importante sottolineare che quest’authority non è mai stata investita di poteri
sanzionatori proporzionali rispetto alle grandi istituzioni finanziarie che è
tenuta a supervisionare. Se da una parte la FINMA non ha alcuna base giuridica
per emettere condanne superiori ai 250'000 franchi, d’altro canto i regolatori
esteri, come per esempio quelli statunitensi, godono sia della possibilità di
emettere multe che raggiungono le diverse centinaia di milioni di dollari, sia
di procedere a una responsabilità penale sostanzialmente diversa da quella
contemplata dal Codice penale svizzero, ad esempio per quanto riguarda i reati
di bancarotta fraudolenta.
In
considerazione di quanto sopra riportato sorge il legittimo dubbio che la classe
politica non abbia ancora saputo né voluto reagire adeguatamente
all’indignazione e alle aspettative dei cittadini. Già nel 2011, durante i
dibattiti sulla revisione della Legge sulle banche presso il Consiglio degli
Stati, Dick Marty ha ribadito che coloro coinvolti in queste follie finanziarie
spesso rimangono nella più totale impunità. Impunità che negli anni si è
palesata sia a livello nazionale, con il fallimento prima di Swissair e poi di
UBS, sia a livello ticinese, con il fallimento della BSI e della Darwin
Airlines. Ritengo dunque che non vi siano i presupposti per supporre un esodo
diverso per quanto concerne il fallimento tecnico del Credit Suisse.
È
proprio la reticenza della classe politica riguardo la contemplazione di pieni
poteri sanzionatori e di una revisione del Codice penale per una maggiore
severità nella responsabilità in materia di reati finanziari che solleva il
sospetto di una volontà di garantire impunità a una determinata casta che non
paga mai per la sua responsabilità e in molti casi incompetenza. Negli ultimi
20 anni, la classe politica ha dimostrato un atteggiamento servile e sottomesso
a poteri finanziari, persino quando questi si sono dimostrati fallimentari se
non addirittura criminogeni. La realtà è che a pagare sono innanzitutto i
dipendenti di queste società e successivamente l’intera cittadinanza.
Simone Conti, candidato
No. 4 al Consiglio degli Stati per Costituzione Radicale

