Amalia Mirante
I disoccupati che non si vedono e non si contano
Redazione
11.01.2023 15:03

Foto: ©Chiara Zocchetti
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Lo sappiamo. Ogni volta che la
Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) pubblica i dati sulla disoccupazione
il nostro stupore aumenta.
Non si tratta di distorsione
della realtà oppure di percezione sbagliata da parte del pubblico, come qualche
“esperto” vuole farci credere. Lo diciamo da parecchio tempo: la statistica
ufficiale della SECO conteggia esclusivamente il numero di persone iscritte
presso gli uffici regionali di collocamento. E questo non è un buon indicatore
dello stato di salute del mercato del lavoro in Ticino. Perlomeno non è un
indicatore sufficiente a trarre conclusioni tanto ottimistiche.
Naturalmente la SECO non ha
nessuna intenzione di nascondere i fatti, né intende dipingere una realtà più
rosea del vero. Questo indicatore, ossia il numero di persone iscritte agli
URC, dà le informazioni che contiene e che gli sono richieste: cioè esso
enumera esclusivamente le persone in cerca di lavoro che sono anche iscritte a
un ufficio di collocamento. È un indicatore, quindi, reale ma parziale, anzi
parzialissimo.
La domanda che dovrebbero
farsi commentatori e analisti che spesso utilizzano questi indicatori a scatola
chiusa è un’altra: sono davvero rappresentativi della situazione ticinese?
La risposta breve è no.
E non bisogna essere luminari
o specialisti per dare questa risposta, basta vivere e conoscere il territorio.
Ambienti di diversa estrazione amano diffondere narrazioni appaganti,
gratificanti o anche soltanto analgesiche. Non solo siamo in presenza di una
quasi completa occupazione. Addirittura, in Ticino, avremmo un mercato e
un’economia che non trova i profili altamente qualificati che cerca. E, ahinoi,
non li trova nonostante la fatica e l’impegno che mettiamo nella formazione
giovanile (per non parlare della fatica e dell’impegno di quei giovani
medesimi).
Ma questa è appunto una
narrazione, non la realtà del Canton Ticino. I nostri giovani qualificati,
capaci e competenti si armano di bagagli e di biglietto del treno per andare a
lavorare oltre Gottardo dove sono visti per quello che sono: giovani in gamba,
con le qualifiche necessarie e la necessaria competenza.
Qui da noi, i nostri
cinquantenni che perdono il posto di lavoro e cercano un impiego che ne
riconosca esperienza e capacità, trovano solo porte chiuse. La situazione sta
diventando talmente invivibile in questo cantone che persino alla fine della
vita professionale con quanto messo da parte negli anni e con quanto percepito
dai sistemi previdenziali non si riesce più a vivere in questo territorio.
Centinaia di persone prossime al pensionamento stanno pianificando la loro
partenza.
Di fronte a questa situazione
cosa fa la politica? Poco, o niente. Si narrano la storia di un cantone
innovativo, competitivo, culla del progresso tecnologico e all’avanguardia in
Svizzera se non addirittura in Europa. Peccato che tutti i giorni quando ci
alziamo, la maggioranza di noi, fa i conti non con le storie ma con la realtà.
E la realtà è ben diversa. Ma
attenzione questo non significa che tutto sia perduto, anzi. Abbiamo tutte le
possibilità e le potenzialità per cambiare, dobbiamo solo volerlo. Ma dobbiamo
avere la volontà, come prima cosa, di vedere la realtà e smetterla di credere
alle favole. Non siamo nel paese del Bengodi, non siamo la Silicon Valley.
Siamo un cantone periferico, meno competitivo di quanto potrebbe e dovrebbe
essere e le cui classi dirigenti faticano a rendersene conto. Oppure, non
vogliono farlo.
Amalia Mirante, economista

