Simone Conti
Gli indifferenti – 80 anni dalla Carta delle Nazioni Unite
Redazione
04.07.2025 16:22

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Alla fine della Seconda guerra mondiale, tra il 25 aprile
e il 26 giugno 1945, i rappresentanti di una cinquantina di Stati si riunirono
a San Francisco, in California, per partecipare alla Conferenza delle Nazioni
Unite sull’Organizzazione Internazionale. Proprio il 26 giugno, ottant’anni fa,
negli stessi territori oggi teatro di manifestazioni contro l’agenzia federale
statunitense incaricata della sicurezza dei confini e dell'immigrazione, fu
firmata la Carta delle Nazioni Unite. Un documento fondativo che mirava a
gettare le basi per una pace duratura, a prevenire il ripetersi del flagello
della guerra, a riaffermare i diritti fondamentali dell’essere umano e la sua
dignità, nonché a promuovere la giustizia e il rispetto del diritto
internazionale.
In un mondo utopico, l’umanità avrebbe custodito
gelosamente questa conquista e l’avrebbe commemorata ricordando le innumerevoli
vite umane che sono state mietute per raggiungerla. Eppure, ci troviamo in una
realtà che assume tratti sempre più distopici, nella quale – nella più benevola
delle ipotesi – abbiamo semplicemente dimenticato quella preziosa eredità, e
nella peggiore ne risultiamo del tutto disinteressati e indifferenti. Questo è
il presente che contribuiamo a costruire, di cui siamo al contempo artefici,
complici e spettatori. Un presente in cui, a pochi giorni dalla commemorazione
dell’ottantesimo anniversario della Carta, i membri della NATO si sono riuniti
per sottoscrivere una nuova dichiarazione che prevede un innalzamento graduale
della spesa militare degli Stati membri dall’attuale 2% – stabilito nel 2014 –
ad un inedito 5% del PIL entro il 2035. In termini semplici, ciò significa che,
per ogni 100 euro spesi in consumi dalle famiglie, in investimenti pubblici, in
capitale d’impresa o in esportazioni nette, 5 euro saranno destinati
all’acquisto di armamenti.
Mentre in gran parte della società dilaga un’indifferenza
generalizzata, in altri consessi tali anniversari assumono un valore simbolico.
A meno di due settimane dal vertice NATO precedentemente menzionato, l’esercito
israeliano ha sferrato un nuovo attacco ai danni di un Paese sovrano – questa
volta l’Iran – in un’ulteriore violazione del diritto internazionale. Sebbene
non sia questa, con ogni probabilità, la ragione principale dell’adesione
strisciante dei membri NATO alla linea statunitense sull’aumento della spesa
militare, l’operazione appare come un gesto strategico, forse volto a
distogliere l’attenzione dalla sempre più palese sconfitta in Ucraina, forse a
mascherare l’accelerazione del genocidio a Gaza sotto l’egida ed il silenzio
complice di gran parte dei Paesi occidentali.
Non intendo qui soffermarmi sull’incremento della spesa
militare, né sulle atrocità commesse da Israele – basti ricordare che tra il
2015 e il 2023 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato 154
risoluzioni di condanna nei confronti di Israele, a fronte di appena 71 rivolte
ad altri Stati, la maggior parte delle quali bloccate dal veto statunitense,
con rare eccezioni di semplice astensione. Voglio invece richiamare
l’attenzione sull’intervento armato statunitense in territorio iraniano nella notte
del 22 giugno 2025, avvenuto anch’esso a ridosso della ricorrenza degli
ottant’anni della Carta dell’ONU.
L’imperialismo statunitense, tradizionalmente perseguito
tramite una combinazione di coercizione militare e soft power – culturale,
economico e politico – ha sempre cercato di costruire narrazioni articolate a
sostegno delle proprie azioni extraterritoriali. Dalla guerra in Vietnam,
giustificata come lotta al comunismo, al bombardamento della Serbia senza
l’avvallo ONU e con la complicità della quasi totalità dell’Occidente,
all’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq con prove poi rivelatesi false riguardo
agli eventi dell’11 settembre 2001, per citarne alcuni, gli Stati Uniti hanno
più volte impiegato la forza militare. Tuttavia, gli interventi nei confronti
di apparati statali democraticamente eletti si sono finora “limitati” alla
promulgazione di colpi di stato, attività di spionaggio, dirigismo economico e
politico.
La novità inquietante dell’attacco all’Iran risiede nel
fatto che per la prima volta gli Stati Uniti colpiscono direttamente uno Stato
in cui formalmente vigono forme di rappresentanza democratica. Sorvolare su
questo evento, evitare ogni forma di denuncia parlamentare, accettare
passivamente – o addirittura glorificare – tale violazione significa
legittimare una nuova fase di sdoganamento della guerra tra Paesi a suffragio
popolare, accelerare il disfacimento del diritto internazionale e compromettere
in modo irreversibile la credibilità dei Paesi occidentali quali interlocutori
globali in un mondo multipolare.
Non ci si dovrà quindi stupire di un ritorno di conflitti
armati intra-europei, né sorprenderà l’esigenza di un colpo di teatro
magistrale per denunciare in modo credibile le più recenti derive
(neo)coloniali degli Stati Uniti.
In questa involuzione continua e desolante, in questo
presagio oscuro, emergono figure che si ergono a baluardi delle ideologie più
nefaste – dal sionismo al neoconservatorismo – incarnandone le più autentiche
interpretazioni, senza alcun pudore. Figure che si percepiscono ormai talmente
potenti da non ritenersi più vincolate alle regole minime del gioco
democratico, né alla necessità di instaurare narrazioni, per quanto dubbie o
artificiose, a giustificazione delle proprie azioni.
Però proprio in questo frangente storico, alimentato da
un’apparente superiorità, da Trump a Netanyahu, passando per presidenti e primi
ministri dei principali Paesi occidentali – senza escludere influenti attori
del mondo economico e della società civile – questi protagonisti della
contemporaneità sono usciti allo scoperto e hanno preso parte al ballo non più
tanto mascherato delle celebrità.

