Lorenzo Quadri
Giusto bloccare i ristorni
Redazione
17.05.2026 10:15

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Si torna a discutere, con fondate ragioni, del blocco o della riduzione dei
ristorni ai frontalieri. Il tema è stato recentemente rilanciato dal presidente
del Consiglio di Stato Claudio Zali.
Il dato politico è evidente: i rapporti tra Svizzera e Italia sono in forte
tensione. A pesare non sono soltanto le polemiche seguite al rogo di
Crans-Montana, ma anche la cosiddetta “tassa sulla salute” a carico dei vecchi
frontalieri.
Su questo punto è necessario essere chiari. Non esiste alcuna ragione per
cui la Svizzera debba opporsi a una misura fiscale che riguarda esclusivamente
cittadini italiani. Se Roma decide di tassare maggiormente i propri
contribuenti, è una scelta interna. Peraltro, i vecchi frontalieri godono da
anni di un regime fiscale privilegiato e hanno beneficiato sensibilmente del
rafforzamento del franco, vedendo aumentare il proprio potere d’acquisto,
mentre quello dei lavoratori ticinesi è stato progressivamente eroso, anche a
causa dell’impennata dei premi di cassa malati.
Se la tassa sulla salute dovesse rendere meno attrattivo il frontalierato,
l’effetto sarebbe positivo per il mercato del lavoro ticinese.
Quindi: benvenga la tassa sulla salute.
Essa costituisce però una violazione dell’accordo
sulla fiscalità dei frontalieri: in base ad esso, i ristorni sono dovuti
proprio perché l’Italia non impone i frontalieri. Se il Belpaese si inventa
un’imposta, ecco che il presupposto per il versamento dei ristorni viene a
cadere.
E che la tassa sulla salute, malgrado il nome, sia
in realtà un’imposta, è chiaro a tutti. Basti pensare che verrebbe riscossa in
base al reddito.
Di conseguenza, ciò che l’Italia incasserà dalla
tassa sulla salute va dedotto dai ristorni.
Continuare a versare integralmente quanto previsto, facendo finta che nulla
sia cambiato, significherebbe accettare l’ennesima forzatura.
Colpisce poi l’atteggiamento di chi, anche in Ticino, continua a invocare
genericamente il “dialogo” con Roma. Il dialogo è utile quando entrambe le
parti mostrano rispetto reciproco. Quando invece una delle due impone
unilateralmente nuove condizioni, occorre rispondere con fermezza.
La storia recente conferma che l’unico momento in cui la Svizzera ha
ottenuto risultati concreti nei rapporti con l’Italia è stato quando, nel 2011,
il Consiglio di Stato bloccò la metà dei ristorni. È la prova che la
credibilità passa anche dalla capacità di assumere posizioni nette.
Oggi,
a rendere il quadro ancora più preoccupante, vi è la prospettiva che la
Svizzera debba farsi carico anche delle indennità di disoccupazione dei
frontalieri. Per le casse
dell’assicurazione contro la disoccupazione svizzera, ciò comporterebbe una
spesa stimata (dalla SECO) attorno ai 900 milioni di franchi all’anno. Con
conseguente necessità di aumentare dello 0,4% i prelievi salariali a carico dei
lavoratori elvetici.
È dunque arrivato il momento di adottare una linea politica chiara: la
Svizzera non può continuare ad accettare passivamente richieste sempre più esose.
L’UE ci vuole rapinare. A Bruxelles va chiarito subito che non lo tollereremo.
E questi sarebbero i partner con cui, secondo la partitocrazia, dovremmo
firmare l’accordo di sottomissione?
Lorenzo Quadri, Consigliere nazionale, Lega dei Ticinesi

