Sara Rossini
Giovani senza futuro, economia senza risorse: il corto circuito ticinese
Redazione
02.10.2025 14:22

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La
vittoria schiacciante delle due iniziative sul taglio dei premi di cassa malati
non è solo un messaggio alla politica: è uno schiaffo che ci ricorda quanto il
sistema stia scricchiolando. Ora è iniziata la caccia ai soldi e – come spesso
accade in Ticino per paura di perdere consensi e non solo – ci si muove in
fretta, con interviste, mozioni e prese di posizione d’emergenza, come se il
problema fosse nato il 28 settembre e non covasse da anni. Tra i primi temi
arrivati sul tavolo c’è quello delle rendite, anche quelle destinate ai
giovani. È un fenomeno in crescita: da un lato ragazzi che finiscono dipendenti
dallo Stato perché formati in settori senza futuro o non formati a sufficienza;
dall’altro giovani che sembrano aver perso l’ambizione – forse perché
gliel’abbiamo tolta noi adulti, forse perché non hanno mai avuto stimoli per
coltivarla.
Quei giovani che scompaiono dai radar
Il
risultato è chiaro: nonostante l’obbligo formativo, troppi scompaiono dai radar
della formazione, ma restano ben presenti come peso per la società. E mentre
una parte della gioventù esce di scena, l’economia urla l’opposto: mancano
figure qualificate, mancano competenze per reggere la domanda e la complessità
crescente del lavoro. È qui che si crea il corto circuito: un divario enorme
tra chi cerca lavoro e chi cerca personale, destinato a sfociare in una crisi
economica e sociale. In Ticino abbiamo un’abitudine radicata: invece di
affrontare i problemi – anche a costo di scontentare qualcuno – preferiamo
mettere “cerotti”. Piccole misure tampone che non incidono davvero e che
soprattutto non toccano mai il cuore del sistema. Lo si vede chiaramente nella
formazione: continuiamo a preparare giovani in mestieri che non offrono
prospettive occupazionali reali, mentre i settori che avrebbero bisogno urgente
di manodopera restano scoperti.
La pratica nascosta della retrocessione
Non
è certo una sorpresa: AITI aveva denunciato questo squilibrio anni fa. Ma
invece di intervenire, si è atteso lo Stato. E intanto quel treno è passato, e
per recuperarlo serviranno molti più sforzi e risorse. A peggiorare lo
scenario, si aggiunge un’altra pratica nascosta ma sempre più diffusa: la
retrocessione. Ragazzi che hanno iniziato un apprendistato triennale o
quadriennale (AFC) e che incontrano difficoltà vengono spinti verso una
formazione biennale (CFP), sicuramente più facile ma allo stesso tempo meno
pagante in termini di diploma. Una soluzione rapida, certo: meno fatica per il
giovane, meno problemi per la scuola, diploma garantito per tutti. Ma dietro
questa scorciatoia si nasconde una verità scomoda e preoccupante. Un titolo
biennale, in un’economia sempre più specializzata, apre pochissime porte. E chi
riesce comunque a lavorare si ritrova con stipendi troppo bassi per vivere
dignitosamente in Ticino. Non raccontiamoci la favola che “poi si può sempre
proseguire con un AFC”: lo sappiamo bene, nello sport la retrocessione si evita
perché risalire è quasi impossibile. Servono anni, condizioni favorevoli e una
motivazione che nel frattempo spesso si spegne. Anche nell’apprendistato
funziona così.
Il filo conduttore dell’illusione
Ancora
una volta, non risolviamo nulla: spostiamo il problema più avanti, creando
giovani diplomati che non generano valore, alimentando un’economia a basso
costo e costringendo lo Stato – cioè tutti noi – a sostenerli di nuovo. Il filo
conduttore resta sempre lo stesso: l’illusione. L’illusione di garantire un
futuro quando in realtà consegniamo solo un pezzo di carta. L’illusione di
risolvere i problemi di oggi mentre stiamo accumulando costi ancora più pesanti
per domani. L’illusione, infine, di aver fatto il proprio dovere, quando in
realtà abbiamo solo spostato la polvere sotto il tappeto. Ed è qui che emerge
la più grande contraddizione del Ticino: sappiamo prendere strumenti che
altrove funzionano – e che ci vengono persino invidiati – e trasformarli non
solo in zavorre che ci fanno arretrare, ma addirittura in esempi da esibire
come se stessimo facendo un buon lavoro. Questo è il corto circuito silenzioso
che, se non affrontato, ci presenterà un conto molto più alto di quanto oggi
crediamo di risparmiare. Perché chi ricopre funzioni politiche o dirigenziali
dovrebbe ricordare che non si tratta solo di amministrare, ma di assumersi la
responsabilità delle proprie scelte – o non scelte – verso il futuro della
società.
Sara
Rossini, fondatrice e CEO di Fill-Up

