Paolo Ortelli
Formare per competere: l’ennesima sfida ticinese
Redazione
04.09.2026 12:28

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In
un'economia attraversata dalla digitalizzazione, dall'intelligenza artificiale,
dalla transizione energetica e dalla difficoltà nel reperire personale
qualificato, la formazione continua non può più essere considerata accessoria.
È parte della capacità competitiva di un'impresa, tanto quanto la tecnologia o
l'organizzazione. C'è però un dato che dovrebbe farci riflettere. Nel 2021 in
Ticino il 35,6% degli occupati tra 25 e 64 anni partecipava a una
formazione continua professionale sostenuta dal datore di lavoro. In diverse
regioni svizzere la quota superava il 46%, raggiungendo il 48,1% a Zurigo. A
livello nazionale, il 49,4% della popolazione attiva aveva partecipato a una
formazione professionale continua e, tra questi, il 93% aveva ricevuto un
sostegno dal datore di lavoro. Numeri che indicano un divario, ma non ne
spiegano le ragioni. Perché?
L'impressione
maturata negli anni nel confronto con aziende, lavoratori ed enti formativi diversi
è che nella Svizzera italiana la situazione sia molto eterogenea. Accanto a
imprese che investono sistematicamente nelle competenze, ve ne sono altre nelle
quali la formazione rimane occasionale, legata a obblighi normativi o necessità
immediate. L'ipotesi da verificare è che il problema non sia tanto la carenza
di offerta, quanto una cultura aziendale della formazione ancora poco
sistematica, pianificata e molto diseguale. La struttura della nostra economia
può spiegare parte del fenomeno. Il Ticino è terra di piccole e microimprese.
Per un'azienda con pochi collaboratori mandare una persona a un corso significa
ridurre temporaneamente la capacità produttiva. Spesso mancano inoltre risorse
dedicate, budget formativi e strumenti di pianificazione. I dati nazionali
confermano che la propensione a sostenere corsi cresce con la dimensione
dell'impresa. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi qui. Nelle aziende
ticinesi si impara probabilmente molto più di quanto dicano le
statistiche: sul lavoro, introducendo nuove tecnologie, assumendo
responsabilità o risolvendo problemi. Se però questo apprendimento non viene
pianificato e valorizzato, rischia di rimanere patrimonio delle singole persone
anziché dell'impresa.
C'è
poi un'altra criticità. La formazione continua tende a raggiungere maggiormente
chi è già qualificato e diminuisce con l'avanzare dell'età. Un
paradosso: proprio chi è più esposto alla trasformazione tecnologica
rischia di essere meno coinvolto nell'aggiornamento delle competenze. La
responsabilità non può quindi essere attribuita soltanto alle imprese. Occorre
chiedersi se l'offerta sia sufficientemente flessibile e vicina alle esigenze
delle PMI. Orari, costi, sostituzione del personale, informazione, burocrazia e
accesso agli incentivi possono fare la differenza. Non basta aumentare i corsi:
serve un sistema nel quale imprese, associazioni professionali, enti formativi
e istituzioni condividano la responsabilità dello sviluppo delle competenze.
Occorre
allora approfondire questa realtà: capire quanto le aziende investono, chi
coinvolgono, quali competenze ritengono necessarie e quali ostacoli incontrano.
Quanta materia, per ricerca e giovani lauerandi! Perchè per i diversi settori
professionali, prima di immaginare nuove misure, è doveroso poter capire dove e
perché si forma meno. Il 35,6% ci dice che una differenza rispetto ad altre
regioni svizzere esiste. Non ancora il perché. Il vero salto culturale consiste
nel passare dalla formazione come risposta a un bisogno immediato
alla formazione come parte della strategia aziendale. In un mercato
piccolo e aperto, la domanda non è più soltanto quanto costi formare i propri
collaboratori. È quanto possa costare, domani, non averli formati oggi.
Paolo Ortelli -
Presidente della Conferenza della Svizzera italiana per la formazione
continua degli adulti

