Niccolò Salvioni
FFS Cargo e la chiusura dei terminal ticinesi: un regresso ambientale e transfrontaliero
Redazione
22.05.2025 11:40

Foto: ©Gabriele Putzu
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La decisione di FFS Cargo
di chiudere i terminal di Cadenazzo e Lugano è stata motivata da cifre in rosso
e strategie aziendali. Ma al di là dei comunicati, ciò che si profila è un
arretramento strutturale della Svizzera nella politica di trasferimento modale.
In un momento in cui la crisi climatica impone soluzioni logistiche
sostenibili, rinunciare all’asse est-ovest del traffico ferroviario combinato
significa per il Cantone Ticino riportare centinaia di container su strada, con
effetti tangibili su CO₂, traffico e qualità
dell’aria, tanto in Ticino quanto nel Nord Italia.
La chiusura isolerà il
Sopraceneri dai circuiti intermodali efficienti e costringerà le imprese a
riversarsi sul terminal di Stabio o a ricorrere a centri italiani come Novara o
Busto Arsizio, aggravando il carico transfrontaliero su gomma. Questo significa
più camion lungo la A2 e sulla statale del Lago Maggiore, più emissioni, più
rumore, più congestione.
Le emissioni per TEU del
trasporto su gomma sono almeno tre volte superiori rispetto alla ferrovia.
Inoltre, la strada genera oltre l’80% dei costi ambientali legati al traffico
merci.
Tutto questo accade mentre
l’UE e la Svizzera cercano di rafforzare il Green Deal e le politiche per la
neutralità climatica: una contraddizione strategica, e un segnale preoccupante.
Il Ticino rischia di
diventare anello debole nella catena logistica alpina, non solo economicamente
ma anche come regione cerniera tra Svizzera e Italia.
La logistica sostenibile
non è un lusso ma una condizione di resilienza. Ignorarla ora, per meri calcoli
di breve termine, è miope. Occorre pensare a soluzioni transnazionali
condivise, incentivare i poli intermodali di confine e rimettere il clima tra le
priorità del trasporto. Anche in Ticino.
Niccolò Salvioni, membro
LEA

