Stefano Dias
F-35: lo compriamo per non doverlo usare
Redazione
24.06.2025 11:02

Foto: ©Chiara Zocchetti
Tutti gli aggiornamenti sulla situazione in Medio Oriente nel nostro live.
Negli ultimi giorni si parla di un possibile aumento dei costi per
il progetto F-35, forse fino a 1,3 miliardi in più rispetto alle stime
iniziali. È una notizia preoccupante, certo. Ma mandare tutto all’aria oggi
sarebbe una scelta ben più grave. Prima di gridare allo scandalo, serve
attendere le risposte ufficiali: da parte del Consigliere federale Pfister, dal
DDPS e da tutte le autorità coinvolte. È giusto pretendere chiarezza. È
doveroso garantire che il prezzo finale dell’acquisto resti coerente con quanto
promesso durante la votazione del 2020. Ma annullare ora l’acquisto dell’F-35
non sarebbe solo una scelta sbagliata: sarebbe una scommessa sulla sicurezza
del nostro Paese che nessuno può permettersi di fare.
Abbiamo già investito oltre 700 milioni di franchi. Tornare
indietro significherebbe gettare denaro pubblico nella spazzatura. Ma ancora
più grave, significherebbe ignorare e tradire una decisione presa
democraticamente attraverso il voto popolare. Gli svizzeri si sono espressi
chiaramente. Bloccare tutto adesso manderebbe un segnale pericoloso: che la
volontà del popolo vale solo quando fa comodo. È giusto verificare che tutto
sia in regola. Ma partire a gamba tesa, senza attendere verifiche o chiarimenti
ufficiali, sa tanto di propaganda politica. Esistono alternative più
responsabili: si può valutare di impugnare per vie legali il contratto firmato
nel 2022 oppure di ridurre il numero di esemplari. Ma ciò che serve oggi è
razionalità, non isteria.
La mia priorità, come cittadino e come controllore del traffico
aereo, è spiegare alle persone qual è il reale utilizzo di questo aereo. Perché
troppo spesso si parla di “spreco” senza conoscere a fondo la funzione reale di
questi strumenti. Il vero spreco non è nei soldi spesi, ma nel ridurre la
complessità umana a una lista di spese sensate solo in base alle proprie
priorità personali. Basta che una cosa non ci interessi, e diventa
automaticamente uno “spreco” per noi. Ma uno Stato non può ragionare così. La
sicurezza collettiva non si gestisce solo con quello che piace a ciascuno di
noi.
Immaginate una scena che nessun controllore del traffico aereo
vorrebbe mai affrontare. Davanti al radar, un aereo di linea sta volando
normalmente nello spazio aereo svizzero. All’improvviso, smette di rispondere
alle comunicazioni. Cambiamo frequenze, contattiamo altri settori, proviamo
ogni canale. Ma niente. Silenzio. L’aereo non scende, non sale, non vira.
Continua la sua rotta dritto verso una città. È una situazione che alleniamo
nei simulatori, ma non è nemmeno così teorica. È già successa. Nel 2014, un 767
dell’Ethiopian Airlines è stato dirottato dal copilota lasciando fuori il
comandante. Nel 2024, un A321 Lufthansa ha perso i contatti radio perché un
pilota era svenuto e l’altro era momentaneamente fuori dalla cabina. E nel
tragico caso del volo Helios del 2005, un Boeing 737 ha volato per ore fuori
controllo, scortato da F-16 ellenici, fino a schiantarsi in Grecia causando la
morte di tutti a bordo.
Come controllore, in quei momenti sei impotente. Provi tutto
quello che puoi. Ma poi c’è una sola cosa da fare: attivare la polizia aerea.
Due jet da combattimento pronti a decollare in pochi minuti, per intercettare
l’aereo e accertare cosa sta succedendo. È questo il senso profondo dell’avere
una forza aerea moderna ed efficiente: non attaccare, ma intervenire quando
tutto il resto ha fallito. Nel caso di un aereo fuori controllo, o di un aereo
ostile o sconosciuto che entra nel nostro spazio aereo, serve qualcuno che
possa esserci, in tempo reale, e prendere decisioni anche difficili. Se non c’è
alternativa e un aereo va abbattuto per salvare centinaia di vite a terra, deve
esserci chi può farlo. È brutale, ma è realtà.
Per fare questo, non basta un aereo qualunque. Serve un velivolo
moderno, veloce, capace di comunicare, reagire, vedere e farsi vedere, anche in
scenari complessi. L’F-35 è questo. È molto più di un jet: è una piattaforma
integrata di sensori, comunicazione, sorveglianza e attacco. Un sistema che
permette di sapere prima, vedere meglio e agire con più efficacia. Non è un
caso se proprio in questi giorni Israele — uno dei Paesi con le esigenze di
difesa più elevate al mondo — ha utilizzato l’F-35 per operazioni nello spazio
aereo iraniano, uno degli ambienti più sorvegliati del pianeta. L’F-35 ha
saputo penetrare le difese radar più avanzate e operare senza essere
individuato, raccogliendo informazioni cruciali. È un esempio concreto di ciò
che significa superiorità tecnologica.
Chi oggi propone di abbandonare l’F-35 per passare a un caccia
europeo ignora dati fondamentali, o diciamolo chiaramente: non vuole proprio un
aereo da combattimento. Il Rafale e l’Eurofighter Typhoon sono entrambi ottimi
velivoli. Ma non sono più economici. Al contrario: spesso il costo d’acquisto,
di esercizio e soprattutto di aggiornamento è più elevato, perché si tratta di
programmi con una base industriale e operativa molto più limitata. Un esempio
attuale lo troviamo in India, che ha appena firmato un accordo con la Francia
per l’acquisto di 26 Rafale al prezzo di 7,4 miliardi di dollari, come
riportato da
Reuters. Facciamo
un rapido confronto: la Svizzera ha acquistato 36 F-35 a 6 miliardi di franchi,
ovvero 10 jet in più per un miliardo e mezzo in meno. E parliamo di un aereo
con capacità operative, tecnologiche e di integrazione ben superiori. Dire che
l’F-35 è “troppo caro” è semplicemente falso: nella realtà dei mercati odierni,
è uno dei caccia più convenienti, sia in fase di acquisizione che lungo il suo
intero ciclo di vita operativo.
L’F-35, invece, è già utilizzato da oltre dieci Paesi europei:
Italia, Norvegia, Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Polonia,
Germania, Finlandia e naturalmente la Svizzera stessa. A livello globale, ci
sono più di mille esemplari già operativi. Questo crea una rete di supporto
interoperabile, con economie di scala, aggiornamenti costanti, simulazioni
condivise, ricambi rapidi e maggiore sicurezza anche dal punto di vista
geopolitico. Entrare in questo ecosistema non significa essere dipendenti: significa
essere parte di una rete che funziona.
Scegliere oggi un jet alternativo significa pagare di più per
avere di meno. E arrivare comunque in ritardo rispetto alla modernizzazione già
in corso negli altri Paesi. I rincari nei progetti pubblici non sono certo una
novità. Basta guardare esempi concreti in Svizzera: il progetto del Tram-Treno
del Luganese, il tunnel di base del Ceneri passato da un costo stimato di 1,3
miliardi a oltre 3,6 miliardi, la galleria di base del Gottardo con aumenti
superiori al 30%. Oppure la cosiddetta “commessa
del secolo” tra le
FFS e Bombardier, costata 1,9 miliardi, con ritardi e rincari finiti su tutti i
giornali. Eppure nessuno dice che non avremmo dovuto costruire il Gottardo o il
Ceneri. E quei treni, con tutti i loro problemi iniziali, oggi viaggiano ogni
giorno sulle nostre linee. Perché erano infrastrutture strategiche. Come lo è
oggi il sistema F-35 per la sicurezza aerea della Svizzera.
Non è il momento di cambiare rotta. È il momento di completare il
volo. I superamenti di spesa ci sono sempre stati e ci saranno sempre,
soprattutto negli appalti pubblici. Ma stupisce che solo l’F-35 sia
costantemente al centro dei riflettori, come se ci fosse un accanimento
mediatico e politico costruito ad arte. Ed è proprio per questo che invito
tutti i cittadini a non farsi influenzare da slogan facili o da opinioni urlate
senza fondamento tecnico. Bisogna ascoltare chi è informato, chi lavora davvero
con queste tematiche, chi si basa su dati ufficiali e fonti specializzate.
Spesso basta semplicemente cercare per scoprire la verità: il
caso dell’accordo tra India e Francia sui Rafale, 26 aerei per 7,4 miliardi di
dollari, è lì a dimostrarlo. Sono
informazioni pubbliche, che aiutano a smascherare certe narrazioni distorte.
Ripetiamolo chiaramente: non si compra un caccia per usarlo tutti i giorni. Si
compra per non doverlo mai usare. Ma per sapere che, se l’imprevisto succede,
ci sarà qualcuno pronto a intervenire.
Stefano Dias, Presidente Verdi Liberali Ticino

