Mario Branda
Discorso del primo d'agosto
Redazione
01.08.2023 22:00

Foto: © CdT/Chiara Zocchetti
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Care Concittadine e cari Concittadini,
Signor Ambasciatore, Massimo Baggi
Buon 1. Agosto e ...
Benvenuti in Piazza del Sole. Benvenuti a questo tradizionale e sentito
incontro per festeggiare il nostro Paese.
Fa piacere ritrovarsi qui, insieme;
condividere questo momento che vogliamo essere di gioia, allegria, ma anche
di riflessione.
È un momento importante che si ripete nel tempo ma che non è, ogni volta,
uguale a sé stesso. E non lo è perché, nel tempo, cambiamo noi, e perché
cambia il mondo attorno a noi.
Accadono cose: a volte positive a volte no, a volte ci fanno ridere e ci
fanno felici; altre ci fanno male e aprono ferite.
Capitano cose che riguardano solo noi, la nostra famiglia, la sfera dei
nostri cari e, quindi, ci toccano, in modo distinto e personale; altre volte
riguardano e toccano tutti.
Non sappiamo bene come accade: ma sono fatti, storie, eventi che cambiano
il mondo attorno, e cambiano anche noi, la nostra percezione e comprensione
delle cose e della vita e, a volte, anche del nostro Paese.
Vi ricordate il 2016, sette anni fa? Ne discutevamo proprio qui in Piazza
del Sole in occasione di quel 1. Agosto
Schegge di bombe e colpi di Kalshnikov avevano colpito al cuore l’Europa;
attentati di matrice religiosa avevano fatto decine di morti, centinaia di
feriti. In Francia, Belgio. E prima Spagna, Germania, Inghilterra e ancora
Francia.
Paesi con cui condividiamo valori, interessi, capitoli di storia vennero
attaccati con bombe e ogni tipo di armi da fuoco per il solo fatto di
rappresentare l’”occidente”;
Democrazie: più facili da attaccare poiché fondate e organizzate su
principi di libertà e diritti individuali che per loro natura impediscono o
quantomeno limitano in misura importante - per fortuna - possibilità di
“controllo” e di intervento sui propri cittadini. 86 morti e oltre 450 feriti a
Nizza; pochi mesi prima in marzo, a Bruxelles, 32 morti e oltre 340 feriti.
Ce li ricordiamo o sono già distanti, relegati tra i fatti diversi della
nostra memoria?
Si pensava di essere in guerra: non solo i paesi in cui gli attentati si
erano effettivamente verificati. Anche da noi. Aleggiava un sentimento di
apprensione e di impotenza: in occasione di manifestazioni con richiamo di
pubblico un po’ più importante, si adottarono misure di sicurezza particolari,
anche qui a Bellinzona, per esempio per il corteo del Rabadan. Se ne discuteva
e ci si interrogava.
Si pensò che non vi fosse rimedio, che la Democrazie e la giustizia fossero
impotenti, che erano in ritardo o che avrebbero ceduto.
A distanza di sette anni sappiamo che, se da un lato il problema e le
radici del problema forse non sono state risolte, la resilienza delle
democrazie e, in generale, dei paesi, di cui anche noi facciamo parte e di cui
anche noi condividiamo i valori, era superiore a quello che si poteva pensare;
che in quel momento molti pensavano.
Sono seguiti gli anni del Covid e anche noi dovemmo rivedere comportamenti,
abitudini e anche la nostra Festa ne fu toccata; furono adottate misure
straordinarie che non a tutti piacquero, che non tutti condivisero o
sopportarono: si parlò anche in quel momento di attacco alle libertà
individuale, di violazione dello stato democratico; si parlò pure di complotti
e di interessi nascosti.
Alla fine, tuttavia, si recuperò il bandolo della matassa: la scienza e la
medicina fecero la loro parte e anche l’azione delle nostre istituzioni
ritrovò il passo ed il respiro dei tempi normali. Dopo due anni
“straordinari”, il nostro Paese, ma non solo, può dire di avere superato la
crisi.
E alla fine, ed è storia dell’ultimo anno e mezzo, la guerra in Ucraina:
probabilmente qualcuno ha pensato che le democrazie fossero troppo deboli,
troppo molli, scoordinate, espressione di interessi troppo contraddittori, per
sopportare il peso e le conseguenze umane ed economiche di un conflitto.
È forse ancora un po’ presto per tirare conclusioni definitive.
L’impressione, però, è che, ancora una volta, le democrazie, i nostri paesi
stiano reggendo il colpo che sono in grado di rispondere e resistere anche a
questa prova.
Ma di prove difficili ve sono ancora altre, a cominciare dall’immigrazione,
figlia diretta della povertà e della mancanza di speranza in ancora troppe
aree del pianeta.
E poi, ovviamente, il cambiamento climatico.
Sfide di proporzioni gigantesche che possono essere combattute e anche
vinte non, però, da soli, uno contro l’altro, ma con gli altri, condividendo e
coordinando strumenti e risorse per questa fondamentale battaglia.
In questo senso anche il nostro Paese, le nostre Città possono e anzi
devono giocare un ruolo. Ogni giorno siamo chiamati a prendere decisioni che
possono avere un’incidenza sul cambiamento climatico in atto.
Approvvigionamento energetico e idrico, biodiversità, isole di calore, verde,
mobilità. Ogni giorno abbiamo la possibilità di fare, magare di insegnare ma
anche di ascoltare e imparare dagli altri. Anche questo è patriottismo, forse,
oggi, soprattutto questo.
Essere patrioti oggi è sapere fare il bene del nostro Paese senza farsi
intrappolare da stereotipi e pregiudizi. Essere patrioti significa
consapevolezza della nostra forza, delle proprie convinzioni e valori e, con
essi, non abbandonarsi alla paura del prossimo o del diverso. Non cercare
nemici dove magari non ve ne sono.
Un grande scrittore aveva detto che “nulla piace più agli uomini che avere
dei nemici e poi, inforcando gli occhiali, del pregiudizio poter dire “sono
proprio come me li ero immaginati”. Saper quindi indirizzare risorse ed energie
dove davvero v’è necessità.
Quest’anno celebriamo i 175 anni della Costituzione federale adottata nel
1848 e con cui si erano gettate le basi della Svizzera come la conosciamo e
viviamo oggi: uno Stato federale con Cantoni uniti e che condividono medesimi
visioni e obiettivi, la democrazia, le libertà fondamentali, la separazione
dei poteri, l’abolizione dei dazi cantonali.
È questa Costituzione del 1848, forse più del Patto del 1291, a
rappresentare l’inizio, la carta d’identità, del Paese che siamo oggi.
Se però qualcosa ci insegna il Patto del 1291 ê questo: l’importanza di
saper unire le forze quando i problemi si fanno grandi e travalicano i confini
stretti della propria comunità.
La “nostra” Svizzera è Paese diversificato, senza complessi di
inferiorità o di superiorità; che comunque ancora oggi, come nel 1848,
pensare e sentire in grande; è il Paese che anche nei momenti difficili sa
avere il senso dell’unità sopra le differenze; è l’amore per il proprio
territorio ed il suo straordinario paesaggio; nella consapevolezza, tuttavia,
che quello che si vede e si ammira dalla propria finestra è davvero vivo solo
se si apre al confronto con il mondo. Perché anche questo è Patria.
Termino ringraziando ancora l’Ambasciatore Massimo Baggi per aver
gentilmente accolto l’invito del Municipio di Bellinzona di tenere
l’allocuzione ufficiale in questo 1. di Agosto.
Ringrazio Rabadan, i cuochi del Rabadan ed i suoi molti volontari per
essersi ancora una volta messi a disposizione di noi tutti per questa bella
Festa. Grazie davvero.
E per finire ringrazio voi, care concittadine e cari concittadini, per
essere venuti qui quest’oggi in Piazza del sole a celebrare con noi, insieme,
questa importante Festa.
Auguri, Viva la Svizzera, Buon 1. di Agosto a tutti!
Mario Branda

