Lorenzo Quadri
Difendere la neutralità o farci trascinare in guerra?
Red. Online
20.09.2026 07:46

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In vista della votazione popolare
sull’iniziativa sulla neutralità, i contrari stanno diffondendo abbondanti fake
news.
La più utilizzata è che, anche in caso di bocciatura
dell’iniziativa, la Svizzera rimarrebbe comunque neutrale. Ma è davvero così?
La Confederazione ha già adottato 20 pacchetti di sanzioni contro la Russia,
allineandosi alle misure dell’UE. Al di là del giudizio sulla loro efficacia
(inesistente), è chiaro che una simile politica non è compatibile con la
neutralità. Sarebbe anche interessante sapere quanto stanno costando queste
sanzioni all’economia svizzera.
Le sanzioni, è bene ricordarlo, non servono
affatto alla “promozione della pace”. Sono, al contrario, un atto di guerra
(economica). E, per dirla con il giurista internazionale Bindschedler, sono
particolarmente pericolose per gli Stati piccoli: “I Paesi grandi rischiano
una provincia, quelli piccoli la loro stessa esistenza”.
Negli ultimi anni, già prima della guerra in
Ucraina che ha impresso un’accelerazione, gli esponenti del mainstream - Consiglio
federale, partitocrazia, burocrati bernesi, vertici dell’esercito, media -
hanno cambiato drasticamente la direzione della politica di sicurezza del
nostro Paese. Meno autodifesa, più “cooperazione”. Il che significa: meno
Svizzera, più NATO. E, ovviamente, sempre meno neutralità: quest’ultima va
progressivamente anestetizzata per poi passare all’eutanasia.
Il Consiglio federale ha commissionato uno
studio dal quale emergono 100 raccomandazioni. Tutte vanno nella medesima
direzione: avvicinamento - ossia sottomissione - alla NATO. Ancora nel 1993 il
CF aveva respinto un rapporto sulla neutralità che chiedeva una collaborazione
più stretta con UE e NATO, ad esempio con manovre militari congiunte, e che
voleva allentare la legge sul materiale bellico. Altri tempi. Oggi il vento è
decisamente cambiato. E tira brutta aria.
Ma la neutralità non può funzionare a corrente
alternata. Per essere credibile deve essere chiara, prevedibile e applicata con
coerenza. La Convenzione dell’Aia stabilisce infatti che uno Stato neutrale
deve trattare le parti belligeranti in modo imparziale.
La neutralità svizzera, inoltre, non è solo un orientamento
politico o una tradizione: è uno status riconosciuto dal diritto
internazionale, consolidatosi a partire dal Congresso di Vienna del 1815. La neutralità ha permesso alla Svizzera di diventare un Paese sicuro,
stabile e prospero. Inoltre, essa favorisce il libero scambio. La Svizzera deve
poter commerciare con tutti. È essenziale diversificare i partner economici per
ridurre la nostra dipendenza dall’UE, e quindi renderci meno ricattabili da
Bruxelles.
Ulteriore panzana: l’iniziativa sulla
neutralità isolerebbe la Svizzera. È vero il contrario. Una neutralità coerente
e chiara crea fiducia, in patria e all’estero. Apre la Svizzera al mondo (non
la rinchiude in un blocco) e le permette di dialogare con tutti.
Il nostro Paese può essere utile alla pace
come piattaforma negoziale; come luogo in cui i belligeranti possono
incontrarsi e trattare. Non certo unendosi al coro mainstream che emette
giudizi morali ora contro gli uni, ora contro gli altri, a seconda delle mode
del momento. Il che non significa non avere una morale. Per dirla con un noto
politologo: la neutralità non è assenza di morale, ma assenza di parzialità.
Chi vuole che la Svizzera resti un Paese neutrale e
indipendente, chi rifiuta la strisciante adesione alla NATO, chi non vuole che
un domani i nostri figli vengano costretti a combattere in guerre all’estero,
il 27 settembre vota un Sì convinto all’iniziativa sulla neutralità.
Lorenzo Quadri, consigliere nazionale, Lega dei Ticinesi.

