Matteo Quadranti
Di democrazia, narrazioni e sogni di libertà
Redazione
17.12.2022 08:30

Il presente contributo è l’opinione personale di chi lo ha redatto e non impegna la linea editoriale di Ticinonews.ch. I contributi vengono pubblicati in ordine di ricezione. La redazione si riserva la facoltà di non pubblicare un contenuto o di rimuoverlo in un secondo tempo. In particolare, non verranno pubblicati testi anonimi, incomprensibili o giudicati lesivi. I contributi sono da inviare a [email protected] con tutti i dati che permettano anche l’eventuale verifica dell’attendibilità.
Le società si basano su storie
che passano di bocca in bocca penetrando la psiche dei singoli, eccitandone le
emozioni e plasmandone la visione del mondo. Se la sera potessimo ascoltare le
voci di questo mondo sentiremmo, in tutte le lingue, adulti che raccontano e
bambini che dicono “ancora”. “C’era una volta…”: dove, quando,
perché? Ovunque sempre e mai, è la risposta, che solo il come renderà
unica. Il racconto trasmette da una generazione all’altra un patrimonio di
umanità. La curiosità, la paura, la gioia e il dolore, l’odio e l’amore ci
abitano da sempre e aspettano soltanto parole per dirsi. Parole condivise
perché insieme ci si comprende meglio. Ma per raccontare una fiaba, occorrono
tempi verbali complessi come il condizionale semplice o composto, il passato
remoto, il futuro anteriore: tempi che aprono la mente ed evocano, al di là dei
bisogni (ho fame, sonno, freddo), la sfera dei desideri (avrei
voluto, domandai, sarebbe stato). Termini che a dipendenza di chi e come li
usa aprono prospettive di libertà o chiudono a scenari di paure. Nelle fiabe la
lentezza del racconto crea sospensione che da tempo al pensiero di formulare
ipotesi, di sbagliare e riprovare prima di raggiungere il conforto del lieto
fine. Le favole aiutano a giungere al cuore delle questioni contribuendo alla
costruzione dell’identità rafforzando l’autostima pur nelle diversità,
riconoscendosi speciali. L’etica delle fiabe è semplice e sempre valida:
qualunque cosa accada, alla fine il Bene vince e il Male soccombe. Come accade
nelle Mille e una notte, Sharazade si salva raccontando una storia. Le
storie permettono di orientarsi, di dare valore alle cose e di sentirsi parte
di una comunità. La narrazione ci seduce infatti, aggira le nostre difese
intellettive, ci porta dove vuole agendo su una leva imbattibile: il piacere.
Questo va a volte controbilanciato dallo spirito critico.
Trent’anni orsono Francis
Fukuyama, a pochi anni dalla caduta del Muro di Berlino, scriveva che la storia
era arrivata al capolinea. La democrazia liberale e l’economia di mercato, con
la globalizzazione, avrebbero conquistato il mondo. Sappiamo che non tutto è
andato in quel senso, anzi! Era un sogno e come già raccontava Penelope
nell’Odissea “sono due le porte da cui entrano i sogni, una di corno,
l’altra di avorio: da una entrano quelli falsi e dall’altra quelli veri”. Oggi
il disordine sotto il cielo è grande e la situazione globale non è affatto
eccellente. Anzi, la pace è finita e così ricomincia anche la Storia, una
storia europea poco tranquilla e bipolare dove l’Europa conta sempre meno come
anche gli USA sono meno centrali nel panorama mondiale per rapporto a Russia,
Cina ed una serie di Paesi emergenti.
Ora, le neuroscienze ci dicono
che esistono anche i non-sognatori (no-dreamers) e questo è un problema sul
piano sociale (e politico, direi) in quanto chi non sogna è spesso solo,
arrabbiato, vendicativo, complottista e quindi pericoloso. Invece un vero sogno
ci connette con l’esterno (vicino e lontano). Karl Popper, liberale, sosteneva
la società aperta. Forse ce lo siamo dimenticati di fronte ai populismi, che è
altro dagli identitarismi. Papa Francesco ha pure lui suggerito “Sognate con
gli altri, mai contro gli altri! Da soli si rischia di avere miraggi, per cui
vedi quello che non c’è mentre i sogni si costruiscono insieme”.
Narrazione, favole, sogni, di
cosa stiamo parlando? Parliamo della possibilità e della necessita di costruire
quei sogni lucidi, sogni che uniscono, sogni che comunque, in senso
neurofisiologico, sono anch’essi una sequenza di immagini, idee, emozioni,
sensazioni. I sogni sono il regno della libertà e dell’imprevedibile da
affrontare. Ma sono anche realtà in continuo movimento, che variano a seconda
delle epoche e delle culture. È nota la
frase “I have a dream” di Martin Luther King. Che sia ora di un New Dream
globale e locale? Di una Offensiva liberale? Maria Montessori, nota
pedagogista, affermava che la richiesta più importante dei bambini verso
l’adulto è “aiutami a fare da solo” e si riferisce quindi all’autonomia
necessaria per diventare persone libere e responsabili. Antichi Greci e Romani
non dicevano di aver fatto un sogno, ma di averlo visto e che solo ciò che si
vede crea sapere e conoscenza. Un sapere a volte previsionale, che ci permette
di decidere e proiettarci verso il futuro piuttosto che l’interpretazione
psicanalitica dei sogni che altro non fa’ se non guardare al passato (che non
torna anche se era un’epoca dell’oro) e semmai al presente.
Matteo Quadranti, granconsigliere

