Aaron Bartolini
Dazi al 39%, Trump e i ricatti
Redazione
04.08.2025 20:52

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Come
annunciato il 1° agosto scorso, la Svizzera dovrà affrontare un aumento dei
dazi americani al 39%, questa decisione unilaterale, rappresenta un colpo
importante per il nostro Paese. Mentre alcuni criticano la gestione della
situazione da parte della nostra Presidente della Confederazione e del vice Guy
Parmelin, è importante riconoscere che il vero ostacolo è rappresentato da un
approccio decisionale da parte di Trump che, a mio avviso, si basa più su
considerazioni personali ed emotive, vedasi le decisioni dei dazi per Brasile e
Canada, più che su valutazioni oggettive e razionali, un po’ come un bambino
viziato che fa i capricci quando le cose non vanno come vuole.
Ricatti e bullismo
Inoltre
dimostra una certa ignoranza del mercato commerciale, inquanto, nella prima
metà del 2025, gli Stati Uniti hanno importato dalla Svizzera quasi 500
tonnellate di oro - pari ad un valore di circa 38 miliardi di franchi - una
quantità mai vista prima e che spiega in parte il disavanzo commerciale di
40mld. All’origine di questi grandi acquisti, la paura, negli Stati Uniti, che
anche sull’oro potessero venir applicati dazi. I nostri consiglieri federali e
i diplomatici hanno tentato un dialogo costruttivo, ma risulta estremamente
complesso confrontarsi con un Presidente che ha mostrato di non voler seguire
le normali dinamiche diplomatiche, ma usare ricatti e bullismo
politico/commerciale, per raggiungere i propri scopi ed interessi.
Dimostrare fermezza e rispondere a tono
La
Svizzera non può permettersi di cedere a un ricatto, come hanno fatto altre
nazioni UE in primis o il Giappone, si rischierebbe un precedente sfruttabile
anche in futuro. Se dovessimo piegarci a questa pressione per ottenere un
accordo meno oneroso, ciò comporterebbe probabilmente compromessi in altri
settori cruciali come investimenti, armamenti ed energia. Sarebbe più sensato
utilizzare queste risorse per sostenere le aziende Svizzere e settori
industriali più colpiti da questi dazi, aiutandoli a diversificare i loro
mercati e a proteggere i posti di lavoro nel nostro Paese, mi riferisco ad
esempio ai 125 miliardi di investimenti promessi, dal nostro Consiglio
Federale, agli Stati Uniti e ad eventuali altre concessioni per ridurre i dazi,
ad esempio importazioni di prodotti dagli USA a dazi zero. È il momento di
dimostrare fermezza e di rispondere a tono, ad esempio rivedendo le nostre
politiche negli acquisti di armamenti, come gli F-35 e i missili Patriot, che
si stanno rivelando un cattivo affare, più onerosi di quanto stipulato e con
ritardi di consegna, la lezione dei Droni Israeliani non ha insegnato niente,
rivelando gli USA come partner poco affidabile nel mantenere quanto convenuto.
Guardare oltre i confini tradizionali
La
Svizzera deve ora guardare oltre i confini tradizionali, rafforzando i legami
commerciali con medio ed estremo Oriente e riducendo la dipendenza, già
elevata, dal mercato Americano. A tal proposito, ritengo che la Svizzera debba
intraprendere un'azione concreta e forte, una Svizzera che non cede ai ricatti
è una Svizzera più forte, come il riconoscimento della Palestina quale membro
delle Nazioni Unite, anche se questo irriterebbe, come successo con il Canada,
l’amministrazione Trump. Notizia di oggi, le previsioni pessimistiche sulla
reazione della borsa Svizzera ai dazi, sono state in gran parte smentite, solo
inizialmente si aperto con una perdita intorno 1,80%, per poi risalire in
mattina ad un contenutissimo -0,5%. Questa “battaglia” sui dazi deve farci e
far capire che la Svizzera è un partner affidabile, forte e potrebbe aprirci
nuovi accordi commerciali, negli USA ci sono circa 400 mln di abitanti, nel
resto del Mondo ci sono gli altri 8 miliardi.
Bartolini
Aaron, Membro di Comitato Giovani Verdi Liberali

