Elio Del Biaggio
Dalla pompa alla presa: non è solo l’auto elettrica che rende più ecologisti
Redazione
10.05.2026 09:25

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Basta
cambiare auto e il problema è risolto? È questa la comoda illusione del nostro
tempo: l’auto elettrica come salvezza, quella tradizionale - a benzina o diesel
- come colpa, residuo di un passato da archiviare e dimenticare. Una narrazione
semplice e rassicurante, quasi morale, ma la realtà, ancora una volta, è assai
più scomoda.
Perché l’elettrico non è
propriamente “pulito”, ma semplicemente diverso.
Non inquina allo scarico, è vero,
ma richiede batterie la cui produzione dipende da materie prime rare e preziose
- litio, nichel, cobalto, manganese e grafite - oltre a ingenti quantità di
energia, processi estrattivi invasivi e catene produttive globali tutt’altro
che neutre. Spesso tutto ciò avviene in Paesi a noi lontani, caratterizzati da
contesti ambientali, sociali e politici complessi.
Il risultato è che l’impatto
ambientale e, in parte, anche lo sfruttamento della manodopera non scompaiono:
vengono semplicemente spostati lontano dagli occhi di chi guida. E,
soprattutto, si concentrano nella fase iniziale. La produzione di un’auto elettrica
comporta infatti un’impronta ecologica significativa, che solo con il tempo e
con l’utilizzo può essere progressivamente compensata, fino a generare un reale
beneficio ambientale.
Anche sul piano economico il
quadro è meno lineare di quanto sembra all’apparenza: le auto elettriche
costano meno da mantenere, certo, ma molto di più da acquistare, rispetto ad
altri veicoli. Spesso la loro diffusione è sostenuta da incentivi statali, con
il rischio di creare una mobilità a due velocità: chi può permettersi il nuovo
e chi resta forzatamente legato al vecchio. E non parliamo di quanto accade realmente
in questo ambito fuori dai Paesi considerati come più sviluppati e
all’avanguardia, dall’Asia all’Africa, fino all’America Latina, confrontati con
penuria energica e povertà.
Le batterie
delle auto elettriche, vero e proprio cuore del sistema, durano mediamente 8/15
anni. Non crollano all’improvviso, ma perdono capacità di carica con l’utilizzo
e con il passare del tempo. Sostituirle costa caro - dai 6 ai 15 mila franchi
svizzeri per i veicoli più piccoli e compatti fino addirittura ai 20/30 mila
franchi per quelli più importanti e prestigiosi - e questo incide sul valore
reale dell’auto, soprattutto nel mercato dell’usato. Sul fronte dello
smaltimento, nonostante i progressi nel riciclo e le prospettive di riutilizzo
degli accumulatori, siamo ancora lontani da un sistema davvero semplice,
efficace e sostenibile anche sotto il profilo dei costi. In caso di incidente o
di guasti rilevanti la
questione si rivela poi tutt’altro che semplice o banale: le riparazioni
possono risultare molto onerose e, se la batteria è coinvolta, non è raro
arrivare alla rottamazione del veicolo. Una volta scaduta la garanzia, inoltre,
l’intero costo ricade sul proprietario. Anche sotto questo profilo, dunque, la
tecnologia si presenta avanzata, ma introduce al contempo nuovi rischi e non
poche incognite.
E poi c’è il
nodo dell’energia, spesso sottovalutato ma tutt’altro che marginale. L’auto
elettrica dipende da una rete che deve generare e distribuire grandi quantità
di elettricità: con l’aumento della domanda, crescono inevitabilmente anche le
esigenze di produzione, infrastrutture e investimenti. Se, inoltre, il costo
dell’energia sale, il vantaggio economico tende ad assottigliarsi. Un veicolo
elettrico è “pulito” nella misura in cui lo è l’energia che lo alimenta: con
fonti rinnovabili il bilancio ambientale migliora, mentre in caso contrario si
ridimensiona. Anche sotto questo profilo non esistono soluzioni semplici: il
rischio è di sostituire la dipendenza dal petrolio con quella da un’elettricità
costosa o non sempre disponibile.
Nel
frattempo, si continua a sostenere - talvolta fingendo - che esista un’unica
via possibile, quando la realtà è ben diversa: più complessa, sfaccettata e
articolata.
Idrogeno,
carburanti sintetici, motori ibridi evoluti, biocarburanti: soluzioni
tutt’altro che perfette, ma che potrebbero avere un ruolo reale in una mobilità
più equilibrata e sostenibile, con
una visione più ampia e orientata al futuro. Certo, è piuttosto probabile che,
nel breve periodo, la mobilità diventi in buona parte elettrica, almeno nei
Paesi occidentali e in quelli più sviluppati, ma questo, da solo, non
garantisce automaticamente né un miglioramento né una vera e propria sostenibilità.
La
transizione, quella reale, sarà con ogni probabilità plurale, fatta di più
tecnologie e approcci, e non riducibile a una visione unica o a una lettura
ambientale semplificata, sovente miope, come quella che si vorrebbe non solo
far credere, ma ideologicamente imporre.
Il punto
centrale resta però un altro: non è il motore, ma il modello. Più auto – anche
elettriche – significano comunque più risorse consumate, più spazio occupato,
più pressione sull’ambiente. Cambiare tecnologia senza cambiare abitudini di
vita e di consumo rimarrebbe solo una mezza soluzione.
In questo
contesto, sussiste pur sempre ancora un’ambiguità culturale: l’auto percepita
come uno “status symbol” diventa sempre più vista solo come un utile e pratico mezzo
di trasporto e di spostamento. Eppure, continua pur sempre ancora a essere
usata per mostrarsi, soprattutto nella fascia alta, nelle auto di lusso e nei
marchi di maggior pregio, potenti, costose ed esagerate: non di certo semplicemente
mobilità, ecologia e risparmio, in questo caso, ma pura rappresentazione, anche
elettrica, se serve per apparire.
E proprio qui sta il punto
finale, quello più scomodo di tutti. Non basta avere un’auto elettrica per essere ecologisti: non è una patente morale. Proprio come non basta
cambiare veicolo per cambiare mentalità: non è di certo una batteria a
compensare sprechi, consumi eccessivi, abitudini poco sostenibili. L’attenzione
all’ambiente si misura ben altrove: nei comportamenti quotidiani, nell’uso
responsabile delle risorse, nella capacità di ridurre, di risparmiare, di
riutilizzare e di riparare, non solo di sprecare, gettare e sostituire.
Perché se tutto resta uguale, se
cambiamo solo il mezzo ma non i modi di fare, di comportarsi e di agire, allora
la differenza sarà solo tecnologica e non di certo culturale.
E senza un cambiamento culturale
e di mentalità, anche la migliore tecnologia rischia di diventare soltanto
un’altra illusione, una fra le tante.
di Elio Del
Biaggio – ingegnere e consulente,
comunicatore
e autore sui temi di leadership, società e cambiamento

