Maria Pia Ambrosetti
Contro l’app di Stato “anti-fake”: la libertà d’opinione non si tutela con la censura
Redazione
13.08.2025 14:37

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Un’app “contro la disinformazione” suona bene finché non ci
si chiede chi decide cosa sia disinformazione. L’idea che lo Stato svizzero
sviluppi uno strumento per classificare contenuti come “veri” o “falsi” rischia
di trasformare una misura presentata come tutela in un dispositivo di controllo
del racconto pubblico. In un’epoca in cui le informazioni viaggiano veloci, la
tentazione di ristabilire dall’alto l’“interpretazione corretta” è forte. Ma
quando l’arbitro è anche giocatore, la fiducia svanisce.
Molti temono una deriva prevedibile: l’app non si
limiterebbe a smascherare bufale evidenti, ma finirebbe per orientare il
dibattito verso ciò che è compatibile con la linea governativa. Il paradosso è
doppio. Primo: i contribuenti finanziano uno strumento che potrebbe restringere
la loro libertà di espressione. Secondo: si passa dalla valutazione aperta
delle idee alla legittimazione di etichette, colpendo opinioni scomode più che
falsità dimostrabili.
La democrazia non vive di “verità ufficiali”. Il miglior
antidoto alle fake news è sviluppare il pensiero critico, che nasce dal
confronto tra fonti, dalla verifica pubblica delle affermazioni, dal
contraddittorio fra posizioni opposte. Servono spazi dove il dibattito sia
reale e pluralista, non mediato da algoritmi o “verificatori” nominati
dall’alto.
Il problema si inserisce in un quadro più ampio: la
digitalizzazione a oltranza, con strumenti come l’identità elettronica, che
lega ogni interazione a un profilo statale unico. L’ID-e non è solo un comodo
pass digitale: è la chiave che consente, potenzialmente, di collegare ogni
nostra attività online a un’identità verificata. Se a questo si aggiunge un
sistema statale di classificazione dei contenuti, il passaggio dalla
facilitazione dei servizi al controllo capillare dell’informazione è breve.
Anche senza intenzioni malevole, l’effetto di autocensura è inevitabile: sapere
che ogni parola può essere “marchiata” come disinformazione spinge molti a
tacere.
Chi decide cosa è falso e cosa è vero? Saranno criteri
pubblici e verificabili? Ci sarà possibilità di ricorso? O saranno decisioni
prese da uffici legati all’esecutivo? Senza garanzie solide di trasparenza,
indipendenza e controllo pubblico, uno strumento nato per proteggere diventa un
confine invisibile del dicibile.
La Svizzera ha costruito la propria forza democratica sulla
fiducia dal basso: referendum, federalismo, media locali. Difendere questa
tradizione significa accettare il disordine del dibattito, non levigarlo con
filtri statali. Meglio investire nell’alfabetizzazione mediatica e promuovere
piattaforme di discussione aperta, dove le tesi possano essere messe alla prova
in pubblico.
Un governo che pretende di certificare la verità perde la
fiducia prima ancora di “proteggere” il cittadino dalle fake. Non abbiamo
bisogno di un ministero della Verità in formato app, né di un’identità
elettronica che apra la strada al controllo totale: abbiamo bisogno di
cittadini informati, istituzioni trasparenti e dibattiti liberi. Altrimenti è
solo controllo paternalistico travestito da protezione.
Maria Pia Ambrosetti, deputata in Gran Consiglio per HelvEthica Ticino

