Il Centro e i Giovani del Centro
Chiusura di FFS Cargo, il Ticino non è un binario morto
Redazione
07.08.2025 13:46

Foto: © SBB/CFF/FFS
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I Giovani
del Centro e il Centro esprimono forte preoccupazione per l’intenzione di FFS
Cargo di dismettere i terminal di Cadenazzo e Lugano‑Vedeggio entro il 2025.
Una simile decisione, pur presentata come riorganizzazione operativa, rischia
di avere effetti ben più ampi e duraturi. Non è in discussione soltanto un tema
di logistica, ma l’equilibrio economico, sociale e infrastrutturale di un
intero Cantone. FFS Cargo agisce oggi come una realtà parastatale dotata di
ampi margini decisionali, operando in una posizione dominante nel mercato
ferroviario. In questo contesto, il rischio è che la distanza tra centro
decisionale e territorio si faccia troppo marcata. Non si tratta di puntare il
dito, ma di riconoscere che quando un attore pubblico prende decisioni
strategiche senza un adeguato coinvolgimento delle realtà locali, la fiducia si
logora, e con essa la capacità di costruire soluzioni condivise.
L’impatto della decisione
Le
conseguenze di questa scelta, infatti, saranno tangibili e immediate. In primo
luogo, sul fronte della mobilità: la chiusura dei terminal porterà
inevitabilmente a un aumento del trasporto merci su gomma. Il Mendrisiotto, già
oggi messo a dura prova da un traffico pesante costante, rischia di
trasformarsi in un corridoio congestionato, con impatti significativi sulla
viabilità, sulla qualità dell’aria e sul benessere quotidiano di chi vive e
lavora nella regione. Anche il Piano di Magadino, sebbene interessato da una
tratta relativamente breve tra Cadenazzo e Giubiasco, potrebbe subire un
incremento del traffico pesante, aggravando una zona già delicata dal punto di
vista ambientale e agricolo. È un paradosso rispetto agli impegni presi a
livello federale per favorire il trasferimento delle merci dalla strada alla
ferrovia.
Una perdita concreta di competenze e prospettive
Non
meno rilevante è la ricaduta sul piano occupazionale. I tagli previsti — circa
65 posti a livello nazionale, una parte importante dei quali proprio in Ticino
— rappresentano una perdita concreta di competenze e prospettive. Dietro a ogni
impiego che scompare ci sono persone, famiglie, giovani che hanno investito in
un settore che ora viene ridimensionato senza una reale alternativa. È una
dinamica che, se non gestita con attenzione, rischia di impoverire
ulteriormente le possibilità di sviluppo del nostro tessuto produttivo. Vale
inoltre la pena ricordare che i terminal di Cadenazzo e Lugano‑Vedeggio non
sono semplici punti periferici: si trovano lungo uno degli assi strategici del
traffico ferroviario europeo, che collega i porti di Genova e Rotterdam.
Interrompere la presenza logistica su questa direttrice nord-sud rischia di
indebolire non solo la posizione del Ticino, ma anche la capacità della
Svizzera di restare protagonista nei grandi flussi di trasporto merci
continentale.
La responsabilità impone di fermarsi
Tutto
ciò solleva una questione di fondo. Se si arriva a chiudere ciò che non genera
profitto immediato, che spazio resterà per quei servizi che garantiscono
funzionalità, presenza sul territorio e coesione economica? Il punto non è
difendere ciò che non funziona, ma distinguere tra ciò che è solo costoso e ciò
che, pur non redditizio nell’immediato, è strategico per il Paese. Come il
Centro e Giovani del Centro, crediamo nella responsabilità politica ed
economica. E la responsabilità, oggi, impone di fermarsi, riflettere e
correggere la rotta. La chiusura dei terminal FFS Cargo in Ticino appare una
scelta sbagliata, non per motivi ideologici, ma perché scollegata dalla realtà
concreta del nostro Cantone, dalle sue esigenze e dalle sue potenzialità.
Si apra un dialogo serio e costruttivo
È
altresì importante ricordare che, in quanto detentrice di parte delle FFS,
anche la Confederazione ha un ruolo non secondario. Le sue scelte strategiche
devono tenere conto dell’intero Paese, comprese le regioni periferiche che
contribuiscono con serietà e lavoro alla coesione nazionale. Per questo
chiediamo che venga aperto un dialogo serio e costruttivo, che coinvolga le
autorità cantonali, i partner economici e i rappresentanti del territorio. Il
Ticino non può essere trattato come una nota a margine. Ha diritto a
infrastrutture, a lavoro e a una visione di lungo periodo. Chiudere è semplice.
Costruire, invece, richiede visione, coraggio e rispetto per chi abita e fa
vivere il Paese ogni giorno.

