Diego Baratti
Che Paese vogliamo lasciare alle future generazioni?
Red. Online
04.05.2026 21:01

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È una domanda che non
possiamo più rimandare. Il futuro non si costruisce con slogan o misure
temporanee, ma con scelte chiare e coraggiose. Oggi, in Ticino, sempre più
giovani si trovano di fronte a una realtà difficile: studiano, si formano, ma
poi sono costretti a partire perché non trovano condizioni adeguate per
restare. Non è una questione di
volontà. I giovani vogliono lavorare, crescere e costruire il proprio futuro
qui. Il problema è che il mercato del lavoro è sempre più sotto pressione. La
forte immigrazione e il frontalierato alimentano una concorrenza salariale che
rende difficile trovare impieghi qualificati e ben retribuiti. Troppo spesso
arrivano lavoratori che non rispondono ai reali bisogni dell’economia, mentre
chi è già qui fatica a trovare spazio. A questo si aggiunge
un costo della vita sempre più elevato. Gli affitti continuano a salire, spinti
da una domanda abitativa crescente, e per molti giovani diventa impossibile
rendersi indipendenti o pensare a mettere su famiglia. Anche il sistema sanitario
e le infrastrutture sono sotto pressione: più popolazione significa più costi,
più attese e servizi sempre più al limite.
Territorio e qualità di vita
Se non si interviene,
il rischio è chiaro: un Ticino che perde i suoi giovani, svuotato di
competenze, energie e futuro. Un Cantone dove resta sempre meno spazio per chi
vuole costruire qualcosa di duraturo. Un altro aspetto
spesso sottovalutato riguarda il territorio e la qualità di vita. La crescita
continua comporta maggiore cementificazione, perdita di spazi verdi e un
ambiente sempre più saturo. Per le nuove generazioni questo significa meno
qualità, meno equilibrio e meno attrattiva del territorio in cui vivere. Un
Ticino che perde identità e vivibilità è un Ticino che offre meno futuro ai
suoi giovani. Per invertire questa
tendenza servono riforme strutturali. Non bastano incentivi fiscali temporanei
o misure tampone. Occorre affrontare i nodi centrali: la pressione migratoria
sul mercato del lavoro, il dumping salariale legato al frontalierato e la mancanza
di condizioni attrattive per attività ad alto valore aggiunto.
L'iniziativa
È proprio su uno di questi
aspetti che interviene l’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!».
L’obiettivo non è chiudere il Paese, ma riportare sotto controllo una crescita
che oggi sfugge alla capacità di gestione. Limitare la crescita demografica
significa ridurre la pressione su lavoro, alloggi e servizi, e creare le
condizioni per uno sviluppo più equilibrato. Solo così sarà
possibile restituire ai giovani una prospettiva concreta: vivere, lavorare,
sognare e costruire una famiglia in Ticino. Che Paese vogliamo
lasciare alle future generazioni? La risposta dipende da noi. Serve il coraggio
di scegliere oggi ciò che garantirà un domani migliore. Votare SÌ significa
difendere il futuro dei nostri giovani e dare al Ticino la possibilità di crescere
in modo sostenibile, senza lasciare indietro nessuno.
Diego Baratti,
vicepresidente UDC e vicesindaco di Ponte Capriasca

