Elio Del Biaggio
Cassa malati o tassa sulla salute?
Redazione
29.09.2026 08:37

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Premi in aumento, costi sanitari fuori
controllo: è arrivato il momento di mettere in discussione e cambiare un
sistema che sembra chiedere sempre di più a chi paga.
Ancora
aumenti, ancora premi più pesanti, ancora famiglie chiamate a stringere la
cinghia per riuscire a pagare la cassa malati.
La domanda
ormai non è più se il sistema sia diventato costoso – questo già lo sappiamo –
ma è assai più semplice e molto più scomoda: fino a dove vogliamo arrivare e
quanto ancora possiamo sopportare?
I premi
delle casse malati continuano a salire senza tregua. Dopo il +4,4% medio - ben
più elevato per il Ticino - del 2026, per il 2027 si profila un nuovo aumento
compreso tra il 4,5% e il 5% - in Ticino addirittura con un rincaro ancor più
pesante - secondo le stime più recenti. E mentre si attende, a giorni, la
conferma ufficiale della Confederazione, una domanda torna inevitabilmente a
farsi strada: fino a quando la popolazione potrà ancora permetterselo?
L’UFSP - Ufficio
federale della sanità pubblica - riconosce apertamente che i premi gravano
sempre di più sui bilanci delle economie domestiche e sono diventati una delle
principali preoccupazioni della popolazione.
Eppure,
continuiamo a chiamarli «premi»: per molte famiglie, ormai, assomigliano sempre
più a una tassa obbligatoria sulla salute. Una tassa che si paga ogni mese,
indipendentemente dal fatto di ammalarsi oppure no, alla quale si aggiungono
franchigia, partecipazione ai costi e altre spese. E quando arriva una vera
necessità sanitaria, il conto può diventare ancora più pesante.
Nel
frattempo, il sistema sanitario svizzero continua a crescere: nel 2024 la spesa
complessiva ha raggiunto i 97 miliardi di franchi, con un aumento del 4,1% in
un solo anno. Quasi due terzi del finanziamento sono ricaduti direttamente
sulle economie domestiche, attraverso premi e pagamenti di tasca propria.
Non è più
soltanto un problema sanitario ed è ormai un problema economico, sociale e
politico. Perché quando una famiglia deve destinare una parte sempre maggiore
del proprio reddito alla salute, quei soldi vengono sottratti alla casa, ai
figli, ai consumi, al risparmio e alla possibilità stessa di vivere
dignitosamente.
E allora
bisogna avere il coraggio di mettere in discussione anche ciò che per troppo
tempo è stato considerato intoccabile. Serve davvero mantenere un sistema con
numerose casse malati, ciascuna con proprie strutture, amministrazioni e costi
organizzativi?
Oppure è
arrivato il momento di discutere seriamente di una cassa malati unica per
l’assicurazione di base, lasciando alla concorrenza privata il ruolo che può
avere nelle assicurazioni complementari?
Non è una
questione ideologica, ma è prima di tutto una questione di efficienza,
trasparenza e sostenibilità.
E non è nemmeno
soltanto una discussione teorica. Ginevra – Cantone spesso all’avanguardia in
molte tematiche sociali - non tergiversa e sta già cercando una strada alternativa:
il 23 settembre 2026 il Consiglio di Stato ha fatto avanzare concretamente il
progetto di una «Caisse Santé Genève», avviando due procedure per costruire un
nuovo modello di rete sanitaria e di assicurazione cantonale, con l’obiettivo
dichiarato di contenere l’esplosione dei premi e dei costi.
Se anche
altri Cantoni stanno cercando nuove soluzioni, quanto ancora dovrà aspettare il
Ticino prima di affrontare seriamente il problema?
Nel 2025
gli assicuratori malattia hanno registrato complessivamente un'eccedenza di 569
milioni di franchi, confluita nelle riserve, che a inizio 2026 ammontavano a
8,6 miliardi. I costi amministrativi sono stati pari a 1,7 miliardi, ovvero 191
franchi per assicurato.
Sono numeri
che non dimostrano, da soli, che le casse malati siano l’unica causa degli
aumenti. L'UFSP indica infatti come principali fattori la crescita dei costi
sanitari, l'invecchiamento della popolazione, i progressi medici, i nuovi
medicamenti e il maggiore ricorso alle prestazioni.
Ma proprio
per questo la politica dovrebbe smettere di limitarsi ad amministrare gli
aumenti e cominciare a chiedersi come funziona davvero l'intero sistema degli
incentivi.
Chi paga?
Chi incassa? Chi decide quali prestazioni vengono effettuate? Chi determina i
prezzi? Chi controlla che siano necessarie? Chi verifica che non si faccia di
più semplicemente perché quel «di più» qualcuno lo paga?
Un sistema
sanitario può magari anche essere eccellente ma, contemporaneamente, diventare
economicamente insostenibile.
La Svizzera
spende moltissimo per la salute: circa 9'963 dollari pro capite, a parità di
potere d’acquisto, pari all’11,8% del PIL (Prodotto Interno Lordo), secondo
l’OCSE, l’Organizzazione internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.
Eppure, nonostante questa enorme spesa, i prezzi dei servizi sanitari svizzeri
restano tra i più elevati dell’area OCSE: spendiamo tanto, ma quanto otteniamo
davvero in cambio?
Il
problema, dunque, non è soltanto quanto spendiamo, ma è più che mai come
spendiamo. Dobbiamo avere il coraggio di interrogarci anche sulle prestazioni
inappropriate, sulla duplicazione degli esami, sull'eccesso di burocrazia,
sulla proliferazione delle strutture, sull'utilizzo delle tecnologie e sulla
continua espansione dell'offerta sanitaria. Non significa negare le cure
necessarie: significa però pretendere che ogni franco destinato alla salute
produca il massimo beneficio possibile per il paziente.
E significa
anche ripensare il rapporto fra pubblico e privato.
Il privato
non rappresenta di per sé necessariamente un problema, ma neppure tutto ciò che
è privato deve essere automaticamente considerato migliore, più efficiente o
intoccabile. La salute non può diventare semplicemente un mercato nel quale
ogni prestazione genera un ricavo e ogni aumento dei costi finisce, prima o
poi, sul conto della popolazione.
E non sono
soltanto medici, fisioterapisti, farmacisti e altri professionisti della salute
ad alimentare la crescita dei costi. Anche molti pazienti fanno un uso
eccessivo, e talvolta poco giustificato, delle prestazioni: visite per semplici
disturbi, fisioterapia trasformata in una sorta di ginnastica a carico della
cassa malati, esami e interventi di dubbia necessità, farmaci richiesti o utilizzati
senza una reale indicazione.
Perché
quando il conto non arriva direttamente al paziente, il rischio è che si perda
la percezione del costo reale delle prestazioni: alla fine, quel conto lo
paghiamo tutti.
E c'è
un'altra contraddizione sulla quale dovremmo riflettere: stiamo spendendo
sempre di più per la sanità, ma rischiamo di perdere proprio quella dimensione
umana che dovrebbe essere al centro della medicina.
Il medico
non dovrebbe diventare un operatore che visita rapidamente un paziente,
inserisce dati in un sistema informatico e passa al successivo: la medicina
dovrebbe continuare a essere fatta anche di ascolto, relazione, responsabilità
e tempo dedicato alla persona.
Se vogliamo
che le nuove generazioni scelgano la professione medica e sanitaria, dobbiamo
chiederci quale modello di sanità stiamo costruendo per loro e, soprattutto,
quale modello vogliamo lasciare ai nostri figli.
La
politica, questa volta, non può limitarsi a promettere qualche sussidio in più
per compensare qualche aumento in più. Deve avere il coraggio di mettere
finalmente mano al sistema. Deve discutere seriamente l’ipotesi di una cassa
malati unica, ridurre gli sprechi, verificare l’appropriatezza delle
prestazioni, confrontare realmente costi e risultati, correggere gli incentivi
distorti e pretendere piena trasparenza da tutti gli attori della sanità:
assicuratori, ospedali, cliniche, medici, fisioterapisti, terapisti
complementari, industria farmaceutica e autorità.
Perché non
è più sufficiente chiedere ai cittadini di pagare sempre di più: prima bisogna
dimostrare che ogni franco speso sia necessario, giustificato e produca davvero
salute.
Tutto
questo, senza amici da proteggere, senza interessi da favorire e senza settori
da considerare intoccabili. La sanità non appartiene alle casse malati, alle
cliniche, agli ospedali, ai medici o alla politica: appartiene prima di tutto
ai cittadini.
Continuare
ad aumentare i premi senza affrontare le cause della crescita dei costi non è
una soluzione: significa soltanto rinviare il problema. Prima o poi, a dover
essere curato non sarà più soltanto il paziente, ma un sistema sanitario
diventato troppo costoso per essere sostenibile.
Elio Del Biaggio

