Lorenzo Quadri
Capitale UBS: dagli Stati un’altra decisione autolesionista
Redazione
28.09.2026 14:42

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Il Consiglio degli Stati ha stabilito nei giorni scorsi che
la copertura patrimoniale delle filiali estere di UBS dovrà avvenire per il 90%
con capitale proprio di base di qualità primaria, il cosiddetto CET1. Il
Consiglio federale proponeva addirittura il 100%. La Commissione dell’economia
e dei tributi degli Stati aveva invece cercato un compromesso al 50%, ma il
plenum lo ha respinto. Oggi il requisito è del 45% di capitale «duro», più il
17% con strumenti AT1. Ancora una volta la Svizzera vuole fare la prima della
classe, con il risultato di danneggiarsi da sola. Eppure dalla consultazione sulla
«Lex UBS», alla quale hanno partecipato anche i Cantoni, era emersa la
richiesta di una regolamentazione meno rigida di quella proposta dal Consiglio
federale. Richiesta palesemente ignorata. Curioso, visto che il Consiglio degli
Stati dovrebbe essere la Camera dei Cantoni.
Applicare correttamente le regole esistenti
La nuova normativa nasce, come noto, dal fallimento di
Credit Suisse. Ma a causare la débâcle di CS non è stata la mancanza di
copertura, bensì un tracollo di fiducia e
problemi di liquidità. E soprattutto la gestione dei rischi, che può mandare a
gambe all’aria una banca indipendentemente dal grado di copertura. Come ha osservato recentemente la NZZ, l’UBS di oggi non è
paragonabile al Credit Suisse e nemmeno all’UBS del 2008. Il punto, dunque, non
è necessariamente stabilire regole più severe, bensì applicare correttamente
quelle esistenti e intervenire quando emergono segnali di crisi, invece di
continuare a concedere deroghe o chiudere gli occhi, come hanno invece fatto la
FINMA e anche la Banca nazionale nel caso di Credit Suisse.
Le decisioni precedenti
La regolamentazione decisa dagli Stati ha un costo per UBS:
si parla di circa 16 miliardi di franchi. Sono capitali che resteranno
immobilizzati anziché venire utilizzati per finanziare imprese, investimenti e
attività economiche in Svizzera. Le prestazioni della banca diventeranno più
care. Facile poi prevedere che, per recuperare, l’istituto risparmierà sul
personale (leggi: delocalizzazioni). Neppure un trasferimento di UBS all’estero
può essere escluso a priori: del resto quasi l’80% dell’azionariato è già in
mani straniere. La nuova dimostrazione di autolesionismo non è isolata. Alla
Lex UBS si sommano anni di decisioni che hanno progressivamente eroso gli atout
della piazza finanziaria elvetica: dallo
smantellamento del segreto bancario per i clienti stranieri all’adozione delle
sanzioni UE contro la Russia, fino al nuovo registro sulla trasparenza degli
aventi diritto economico delle imprese (TranspaReg) che entrerà in vigore il 1°
ottobre e che comporta un enorme rischio economico e reputazionale nel caso
venisse hackerato, come è accaduto a fine luglio all’analoga banca dati del
Liechtenstein.
Palla al Nazionale
Ora toccherà al Consiglio nazionale determinarsi sulla lex
UBS e la relativa copertura. L’esperto di diritto bancario Peter Kunz,
intervistato da 20 Minuten, ha definito ragionevole una quota di
capitale proprio CET1 compresa tra il 60% e l’80%. Una posizione ben diversa
dal 90% deciso dagli Stati. Vedremo quindi se il Nazionale correggerà il tiro. Insistere
su una logica di «casco totale» rischia
di rivelarsi solo una costosa illusione.
Lorenzo Quadri, consigliere nazionale Lega dei Ticinesi

