Lorenzo Onderka
Bilaterali III: cosa ci dice l’Italia sull’affidabilità dell’UE come partner?
Redazione
26.01.2026 10:15

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Negli ultimi mesi, i rapporti tra Italia e Svizzera sono stati segnati da
due episodi distinti, ma legati da un filo conduttore comune: un atteggiamento
italiano che dovrebbe far riflettere profondamente anche noi svizzeri.
Il primo riguarda il caso di Crans-Montana, dove la gestione giudiziaria di
un fatto tragico è diventata oggetto di critiche politiche e mediatiche da
parte italiana. Al di là del merito dell’inchiesta, colpisce il tono e la
pressione esercitata nei confronti delle autorità giudiziarie svizzere, come se
l’indipendenza della magistratura e il rispetto delle competenze cantonali
potessero essere messi in discussione quando non producono le risposte
politicamente desiderate.
Il secondo episodio è ancora più significativo sul piano politico ed
economico. L’Italia ha deciso di permettere alle proprie aziende di
defiscalizzare gli investimenti solo se effettuati all’interno dell’Unione
europea, escludendo di fatto la Svizzera. Una scelta che penalizza un partner
economico storico e che appare difficilmente conciliabile con lo spirito degli
accordi bilaterali attualmente in discussione, anche se non ancora ratificati.
Di fronte a queste decisioni, una prima domanda sorge spontanea: che valore
hanno gli impegni politici e gli accordi, se alla prima divergenza uno Stato
decide unilateralmente di cambiare le regole del gioco?
È in questo contesto che il dibattito sugli Accordi bilaterali III assume
un’importanza centrale. Accordi che prevedono, tra le altre cose, la ripresa
automatica del diritto europeo e meccanismi di risoluzione delle controversie
che riducono sensibilmente il margine di autodeterminazione della Svizzera.
Possiamo davvero ritenere che tali automatismi rafforzino la nostra
posizione?
O rischiano piuttosto di esporci maggiormente a decisioni unilaterali, prese
altrove, sulla base di interessi che non coincidono necessariamente con i
nostri?
La decisione italiana sulla defiscalizzazione appare ancora più
problematica se si considera che la Svizzera versa un contributo al fondo di
coesione per poter accedere al mercato europeo. Un contributo finanziario
presentato come strumento di equilibrio e solidarietà, che tuttavia non sembra
tradursi in un trattamento equo quando emergono divergenze politiche o
strategiche.
Anche qui, il dubbio è legittimo: quali garanzie concrete abbiamo che
simili esclusioni non diventino la norma una volta accettata la ripresa
automatica del diritto europeo?
Paradossalmente, c’è quasi da ringraziare l’Italia. Non per le scelte
adottate, ma per aver mostrato in modo chiaro e anticipato i limiti e i rischi
degli accordi che la Svizzera sta valutando, anche quando sono ancora in fase
di ratifica o destinati a una votazione popolare.
I fatti, più delle dichiarazioni, ricordano che la forza della Svizzera
è sempre stata la sua capacità di decidere autonomamente, di negoziare da pari
e di difendere le proprie istituzioni. Rinunciare a questi strumenti confidando
che il sistema “funzioni comunque” è
una scommessa che merita una seria riflessione:
Ha davvero senso per la Svizzera
impegnarsi in accordi che prevedono automatismi giuridici e rinunce
unilaterali, quando i fatti dimostrano già oggi quanto siano fragili le
promesse di equità, reciprocità e affidabilità da parte dell’Unione europea?
Lorenzo
Onderka, sostenitore
di Avanti con Ticino&Lavoro

