Elio Del Biaggio
Bellinzona, fortezza di pietra e illusioni di valore
Redazione
24.04.2026 18:04

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A Bellinzona svettano fiere le sue tre caratteristiche e
pittoresche sentinelle medievali – Castelgrande, Castello di Montebello e
Castello di Sasso Corbaro - riconosciute come patrimonio UNESCO. «Castelli», un simbolo potente per un’indiscutibile
immagine da cartolina che, all’improvviso, dopo Secoli di storia, si muta in
«Fortezza». Ma dietro la bellezza austera delle mura, sorge indubbiamente una
domanda assai meno poetica e più concreta: quanto vale davvero questa immagine e
quanto costa mantenerla?
Il fascino dei Castelli è
indiscutibile, poiché raccontano storia, significano identità e appartenenza.
Eppure, oggi, rischiano di trasformarsi in un monumento orientato più
all’estetica e all’immagine, anziché alla sostanza. La narrazione ufficiale
attuale vuole che, l’amministrazione pubblica e buona parte della classe politica
per lo più allineate, con una popolazione troppo spesso silente, insistono su
turismo, prestigio e ritorno economico, trasformando la loro denominazione in
«Fortezza», attraverso un importante finanziamento pubblico per la loro
valorizzazione.
A volte i
numeri non bastano a sostenere il peso delle pietre: costi di manutenzione
elevati, restauri continui, una gestione complessa. E tutto questo per un
flusso turistico dignitoso, ma insufficiente a giustificare da solo l’ingente
investimento pubblico oggi richiesto ai cittadini, chiamati a contribuire con
risorse e sacrifici a quella che appare, in fondo, come una discutibile
operazione di marketing.
A questo proposito,
va ricordato che i circa 19 milioni di franchi previsti per la sua
valorizzazione non sono a carico della sola Città: il finanziamento è suddiviso
tra Cantone, Confederazione e Città, con ulteriori fondi già previsti
nell’ambito dell’aggregazione del Bellinzonese. E parliamo solo di quanto viene
definita come «Fase 1A», cui ne seguiranno indubbiamente altre, con successive
richieste di finanziamenti ulteriori.
Il punto non è negare il valore
culturale: sarebbe miope. Il punto è chiedersi se siano davvero proporzionati e
necessari il cambio di nome e di definizione, la limitazione della libera
fruizione da parte dei cittadini e l’impegno finanziario tutt’altro che
trascurabile richiesto da questa operazione di «maquillage» storico. In una realtà come Bellinzona —
dove i commerci chiudono, l’economia fatica e l’amministrazione si espande — e
in un Ticino alle prese con costi sanitari in crescita, salari sotto pressione,
opportunità limitate per i giovani, una burocrazia che rallenta più che
sostenere e un carico fiscale che erode il potere d’acquisto, la priorità di
certe spese diventa inevitabilmente discutibile e meritevole di critica.
Si continua a investire
soprattutto nell’immagine: cambiano nomi, definizioni e terminologie, mentre la
sostanza resta indietro e il conto lo paga la società. L’attenzione si sposta
su dettagli marginali — etichette nuove e interventi di facciata — lasciando in
secondo piano questioni ben più decisive e fragili: salute, formazione,
innovazione, attrattività economica, solidità delle finanze pubbliche e
pressione fiscale su cittadini e aziende. Il rischio è costruire una vetrina
impeccabile che, dietro la facciata, nasconde un sistema in affanno e incapace
di rinnovarsi davvero. C’è poi un aspetto meno evidente
ma altrettanto decisivo: l’illusione collettiva. Si crede che il patrimonio
basti, da solo, a creare valore, che la bellezza generi automaticamente
ricchezza, che un cambio di nome accenda interesse e attrattiva, persino che
far pagare l’accesso e la fruizione sia, di per sé, una strategia. In realtà, senza una visione
chiara e senza un’integrazione concreta con il tessuto economico e sociale,
tutto questo resta superficiale. I Castelli di Bellinzona rimangono così ciò
che sono: straordinarie testimonianze del passato, ma non veri motori capaci di
costruire il futuro. E allora la domanda diventa
inevitabile: ha senso sostenere costi tanto importanti per un ritorno più
simbolico che concreto? O sarebbe il momento di ripensare il ruolo di queste «fortezze»,
integrandole in una visione più ampia, capace di generare valore reale e non
solo percepito?
Le pietre dei Castelli di
Bellinzona resistono al tempo, mentre l’idea di «Fortezza» si è
progressivamente indebolita, anche per la perdita della continuità della
muraglia che dal fiume Ticino saliva fino al Castello di Sasso Corbaro,
sacrificata alla speculazione edilizia. Allo stesso modo, una società che si
accontenta dell’immagine finisce, lentamente, per sgretolarsi. C’è però anche una perdita meno
evidente. «Castelli» richiama un immaginario collettivo vivo: fiaba, identità, tradizione,
memoria condivisa. È una parola che parla alle persone, non solo agli
specialisti, e trasforma una visita in un’esperienza emotiva, non in una
semplice lezione di ingegneria militare. Ed è proprio qui il punto: il valore
di questi luoghi non risiede soltanto nella loro logica difensiva, ma nella
loro capacità di far sognare.
Arriviamo così alla domanda più
scomoda: ha davvero senso investire tanto denaro pubblico per trasformare i
«Castelli» in «Fortezza», rendendone l’accesso addirittura a pagamento, oppure
è proprio la loro dimensione di fiaba — quella che già parla alle persone — a
generare ed a mantenerne il loro vero valore?
Elio Del Biaggio - ingegnere e consulente, comunicatore e autore sui temi di leadership, società e cambiamento, attento e sensibile al territorio e ai ticinesi.

