Paolo Balzari
Abbiamo scelto, ma più della metà di Bellinzona ha scelto di non scegliere
Red. Online
28.09.2026 21:13

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Il giorno dopo una votazione come quella di domenica è inevitabile partire dalla soddisfazione. Il Noce ha lanciato
il referendum perché riteneva che un progetto di questa importanza dovesse
essere sottoposto al giudizio delle cittadine e dei cittadini di Bellinzona.
Da lì è iniziato un percorso fatto di raccolta firme, confronto, spiegazioni,
discussioni e una campagna intensa che aveva, prima ancora del risultato, un
obiettivo fondamentale: dare alla popolazione la possibilità di
decidere. Il risultato è noto. Il progetto di valorizzazione del Patrimonio UNESCO di Bellinzona è stato respinto con il
53,93% dei voti, contro il 46,07% dei favorevoli: 6.923 NO contro 5.913 SÌ.
Una votazione tutt’altro che scontata.
Dall’altra parte vi erano il Municipio in corpore, un’ampia maggioranza del Consiglio comunale e, soprattutto, un fronte
politico di dimensioni davvero fuori dal comune: PLR, PS, Il Centro,
Lega e Verdi liberali schierati compatti a sostegno del progetto. A
questi si sono aggiunti un comitato civico, personalità della società
civile e, nelle ultime battute della campagna, rappresentanti istituzionali esterni
alla Città.
Un dispiegamento di forze notevole. Nelle prime fasi di questa vicenda le contestazioni dei referendisti erano state
sostanzialmente ridimensionate come questioni marginali rispetto al progetto
nel suo complesso. Eppure, con il passare delle settimane, il fronte a sostegno
del SÌ è diventato sempre più vasto, organizzato e visibile. Se quelle
criticità erano davvero così marginali, viene spontaneo chiedersi perché sia stato
necessario mobilitare una coalizione tanto ampia. Forse il timore che
quella decisione potesse non superare il giudizio della popolazione si è
fatto sentire eccome. E il risultato delle urne ha detto NO.
I Castelli sono ancora lì
Oggi, nonostante il NO, Castelgrande, Montebello e Sasso Corbaro sono ancora lì. Non è scomparso nulla e non è stato
cancellato il nostro patrimonio UNESCO. È stato invece fermato un progetto
sul quale, durante questi mesi, sono state poste molte domande: sulla gestione,
sulla futura fondazione, sui finanziamenti, sugli accessi, sulla
gratuità, sui costi, sui contenuti e sulla sostenibilità economica.
Domande alle quali, dal mio punto di vista, non sono mai arrivate risposte capaci di sciogliere realmente i dubbi
sollevati. Le spiegazioni fornite hanno troppo spesso riproposto gli
stessi argomenti, lasciando spazio ad ambiguità, rinvii o questioni ancora
aperte. E ora che la votazione è terminata, è persino possibile che alcune di
quelle domande rimangano semplicemente tali: domande senza risposta. Ma oggi c’è un altro dato che mi preoccupa ancora di più.
Più della metà non ha votato
Alla votazione ha partecipato il 47,51% degli aventi diritto. Gli iscritti in catalogo erano 28.021 e hanno
votato 13.315 persone. Significa che 14.706 cittadine e cittadini, il
52,49%, non hanno votato. Più della metà di Bellinzona ha scelto di non scegliere. Ed è questo, forse, il dato sul quale dovremmo riflettere maggiormente. Non per puntare il dito contro chi è rimasto a
casa: le ragioni possono essere molte, dal disinteresse alla sfiducia, dalla
distanza dalla politica alla difficoltà nel comprendere temi complessi,
fino alla convinzione che il proprio voto non faccia alcuna differenza.
Ma proprio quest’ultima convinzione dovrebbe essere messa seriamente in discussione da quanto è accaduto domenica. Quante volte sentiamo dire: «Tanto non cambia niente», «Tanto decidono sempre loro», «La politica fa comunque
quello che vuole», «Il mio voto non serve a nulla». Eppure domenica 27 settembre è successo qualcosa di straordinario.
Una decisione era stata presa, il Municipio sosteneva il progetto e il Consiglio comunale lo aveva approvato. Poi è
stato utilizzato uno degli strumenti messi a disposizione dalla nostra
democrazia: il referendum. Sono state raccolte le firme necessarie e la decisione ha
potuto passare attraverso la popolazione. La popolazione che ha scelto di partecipare ha deciso diversamente. Questo è un fatto. Ed è forse la risposta più semplice a chi continua a pensare che partecipare non serva a nulla.
Il referendum non è stato soltanto un NO
È questo, personalmente, l’aspetto più importante dell’esperienza vissuta in questi mesi. Il Noce ha sostenuto
il NO e la soddisfazione per il risultato è grande, ma il referendum
aveva anche un altro significato: affermare che una decisione di questa portata
meritasse di uscire dalle stanze della politica ed essere sottoposta
direttamente ai cittadini.
Chi domenica ha votato SÌ ha esercitato il proprio diritto esattamente come chi ha votato NO. Ha espresso una scelta.
Questa è democrazia. Il vero interrogativo è un altro: perché 14.706 persone, più della metà degli aventi diritto, non hanno espresso
alcuna scelta? Non pretendo di avere una risposta, e probabilmente sarebbe sbagliato cercarne una sola. Ma credo che politica,
movimenti, istituzioni e mezzi d’informazione dovrebbero interrogarsi molto più
seriamente su questo fenomeno. Perché quando l’astensione supera la
partecipazione, limitarsi a considerarla una semplice percentuale rischia di essere
troppo facile.
Forse non basta ricordare alle persone di andare a votare pochi giorni prima dell’apertura delle urne. Forse bisogna
ricostruire qualcosa di più profondo: il rapporto fra cittadino e cosa pubblica. Quando un Municipio o un Consiglio comunale decide come investire milioni di franchi, come utilizzare un bene
pubblico, come organizzare un servizio o quale direzione dare allo sviluppo
della città, non sta decidendo qualcosa che riguarda soltanto «la politica».
Sta decidendo anche per noi. Perché quei soldi sono soldi pubblici. Perché quella città è la nostra città. Perché quelle infrastrutture, quei servizi
e quelle scelte saranno utilizzati, finanziati e vissuti dalle cittadine e
dai cittadini.
Ci lamentiamo, ma quando possiamo incidere?
C’è una contraddizione che continuo a vedere attorno a me. Sentiamo continuamente persone lamentarsi delle tasse, del
traffico, dei posteggi, della sicurezza, dei servizi, delle strade, delle
scuole, della gestione della città e della politica. Lamentarsi è
assolutamente legittimo. Ma poi arriva il momento in cui abbiamo realmente la possibilità di incidere su una decisione e troppo spesso
scegliamo di non farlo. Ci convinciamo che nulla possa cambiare e, nello
stesso tempo, rinunciamo agli strumenti che abbiamo a disposizione per
provare a cambiarlo.
Eppure domenica Bellinzona ha dimostrato esattamente il contrario: una decisione già approvata dalle istituzioni è
stata rimessa nelle mani della popolazione e la popolazione ha deciso
diversamente. Partecipare non significa avere la certezza che vinca la propria posizione. Significa però essere parte della
decisione. Significa poter dire: io c’ero, mi sono informato e ho scelto.
Una strada realmente percorribile
Il percorso compiuto in questi mesi dimostra che esiste una strada concreta per chi ritiene che qualcosa non vada. Il
Noce ha lanciato il referendum, sono state raccolte le firme, si è discusso,
sono state spiegate le ragioni del NO, sono stati posti dubbi e domande su un
progetto che, a nostro giudizio, presentava ancora troppe incognite. Infine si è
votato. Non è stato semplice. Ha richiesto volontà, tenacia, determinazione, tempo e lavoro. Ma ha funzionato. Ed è forse proprio questo il messaggio più importante che vorrei arrivasse a chi continua a pensare che tanto «non
cambia mai niente».
La possibilità di scegliere
Il prossimo appuntamento con le urne sarà già il 29 novembre 2026, con una nuova votazione federale. Poi
arriveranno le elezioni cantonali dell’11 aprile 2027, le elezioni federali
del 24 ottobre 2027 e, per Bellinzona, le elezioni comunali del 23 aprile
2028. Appuntamenti diversi, temi diversi, persone diverse, scelte diverse, ma tutte accomunate dallo stesso principio: la
possibilità di scegliere.
La mia speranza — forse il mio sogno un po’ ottimista — è che sempre più persone tornino a sentire quella possibilità
come qualcosa che appartiene realmente a loro. Non perché debbano votare come
qualcuno suggerisce, non perché debbano scegliere questo o quel
partito e neppure perché debbano pensarla come me. Esattamente il contrario.
Vorrei che scegliessero quello che ritengono giusto loro, dopo essersi informati, aver ascoltato opinioni diverse,
essersi fatti le proprie domande e aver messo in discussione quello che viene
loro raccontato, da una parte e dall’altra.
Domenica una parte di Bellinzona ha scelto SÌ, un’altra ha scelto NO e qualcuno ha scelto anche di consegnare una
scheda bianca. Ma ha partecipato. Possiamo avere idee completamente diverse sulla città che vogliamo, discutere, confrontarci anche duramente ed essere
in totale disaccordo. Ma dovremmo evitare di convincerci che la nostra
voce non conti. Perché il 27 settembre ha dimostrato concretamente che può contare eccome.
Il referendum sui Castelli è terminato. La partecipazione alla vita della nostra città, invece, non dovrebbe terminare
mai. La democrazia ci offre una voce. Sta a noi decidere se
usarla.
Paolo Balzari, vicepresidente Il Noce.

