Sara Demir
27 gennaio in Ticino: memoria, storia e responsabilità
Redazione
27.01.2026 06:00

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In Svizzera, come nel resto del mondo, si celebra la
Giornata della Memoria. In Ticino essa venne istituita il 21 marzo con decisione del
Gran Consiglio del 10 maggio 2005, a seguito di un’iniziativa parlamentare
dell’allora deputato in Gran Consiglio di origine aramea, Yasar Ravi. Dopo alcuni anni, il Consiglio di Stato decise di
anticiparne la commemorazione al 27 gennaio, data riconosciuta in quasi tutti i
Paesi per il suo alto valore simbolico. Questa scelta fu però accompagnata da una condizione chiara
e significativa: non si doveva «sottolineare solo la Shoah, ma […] creare un
momento ufficiale per ricordare tutti i crimini contro l’umanità e ogni forma
di discriminazione». In Ticino si commemorano ancora oggi, in teoria ma spero
anche nella pratica, non solo le vittime dell’Olocausto, ma tutti i popoli
perseguitati nella storia, così come le persone che hanno perso la vita a causa
di un pensiero diverso, del colore della pelle, dell’orientamento sessuale, del
credo religioso o dell’appartenenza etnica.
Alcuni esempi
Ricordo in particolare alcuni eventi organizzati dal
Servizio per l’integrazione degli stranieri (SIS) del Dipartimento delle
Istituzioni (DI), ai quali sono stata invitata quando ero membro della
Commissione cantonale per l’Integrazione degli Stranieri (CIS). Tra questi: Gli zoo
umani – L’invenzione del selvaggio fra miti e realtà (2012); Come prima,
più di prima – Memorie di lavoratori italiani in Svizzera (2013); Cristiani
d’Oriente – La memoria degli Aramei (Siriaci) (2014); Alle
origini del male – Cinema e storia fra deportazioni e sterminio in Europa
(2015).
Ricordare è una responsabilità del presente
L’immagine di questo articolo richiama il genocidio
del 1915 del popolo arameo, al quale appartengo per origine. Gli Aramei parlano l’aramaico, la lingua di Gesù, una lingua
antica che porta con sé memoria, fede e identità. «Shlomo» è il saluto che ancora oggi so pronunciare grazie
ai miei genitori, alla mia famiglia, agli amici aramei, alle associazioni
esistenti che custodiscono e diffondono la lingua aramaica e al parroco Padre
Abramo Unal, che hanno continuato a tenerla viva parlandomi in aramaico, oltre
che in italiano. È una parola semplice, che significa pace, ma che racchiude
una storia di resistenza, di trasmissione e di speranza. Ricordare non è solo un atto del passato: è una
responsabilità del presente. La memoria serve a dare voce a chi è stato messo a tacere e
a vigilare affinché l’odio, l’esclusione e l’indifferenza non trovino mai più
spazio nelle nostre società.
Sara Demir, granconsigliera Il Centro

