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Trump insiste: «L'Iran è stato decimato, potrei scegliere la linea dura»
Ats, Red. Online
04.10.2026 11:07

Foto: ©Tom Brenner
Il presidente Usa parlando con i giornalisti alla Casa Bianca: «Prenderò una decisione» -- TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
04.10.2026 18:35
Israele: «Dai Verdi britannici risoluzione aberrante»
«Oggi, il Partito Verde britannico ha smesso di agire come partito politico per trasformarsi in un organismo che conferisce legittimità al terrorismo, facendo propria non solo il colore verde di Hamas, ma anche la sua ideologia: l'eliminazione dello stato di Israele attraverso la lotta armata'». Lo scrive il ministero degli esteri israeliano in una nota, in merito alla risoluzione approvata oggi durante il congresso annuale del partito a Brighton, in cui il sionismo viene indicato come una forma di razzismo.
«La scioccante risoluzione adottata oggi legittima la lotta armata, invoca uno stato palestinese 'dal fiume al mare' - il che equivale alla distruzione dello Stato di Israele - e bolla come 'razzista' l'aspirazione del popolo ebraico all'autodeterminazione. Ciò va ben oltre i confini di un legittimo dibattito politico. Finché questa risoluzione rimarrà in vigore, rappresenterà una macchia nella storia del Regno Unito. Tutti i partiti politici britannici, e in primo luogo il Partito Laburista al governo, devono respingere inequivocabilmente questa risoluzione aberrante'», continua la nota del ministero israeliano.
In un'iniziativa osteggiata dalla maggior parte dei parlamentari del partito, scrive il Guardian, i membri hanno votato - durante la conferenza annuale a Brighton - a favore di una mozione che chiede di «trattare il sionismo, il movimento per uno Stato ebraico, come qualsiasi altra forma di razzismo». La mozione è stata approvata con 1.022 voti favorevoli e 813 contrari. Il testo, che costituisce ora la posizione ufficiale dei Verdi in Inghilterra e Galles, auspica inoltre la creazione di un unico Stato palestinese al posto di Israele, «con pari diritti per tutti». In una fase precedente della votazione, è stato approvato un emendamento volto ad aggiornare altre parti del programma dei Verdi per recepire i contenuti della mozione. Sono stati invece respinti altri tre emendamenti, tra cui uno che stabiliva che la mozione non dovesse essere utilizzata per «esercitare pressioni, sanzionare o prendere provvedimenti disciplinari contro i membri in base alla loro affiliazione a istituzioni della comunità ebraica».
La mozione principale, intitolata «Il sionismo è razzismo», è stata promossa dal gruppo «Greens for Palestine» (Verdi per la Palestina), che ha incoraggiato anche i non iscritti ad aderire al partito per garantire che la questione venisse discussa e la linea politica adottata. La mozione sostiene che il sionismo sia intrinsecamente razzista in quanto «privilegia un gruppo etnico a scapito di altri, basandosi sulla loro sottomissione». Il testo aggiunge: «La mozione è rivolta all'ideologia politica e alla prassi del sionismo, così come definito, e non all'identità religiosa o etnica di chi si riconosce nel sionismo. Non tutti gli ebrei sono sionisti e non tutti i sionisti sono ebrei...».
04.10.2026 15:28
Gaza, la Striscia in macerie dopo 3 anni di guerra
A descrivere la Striscia di Gaza, o quel che ne resta tre anni dopo il 7 ottobre 2023, basterebbero le immagini satellitari che Google Earth ha da poco aggiornato. Il 'prima e dopo' di alcuni quartieri di Rafah e Khan Yunis è impietoso: distese di macerie, polvere e sabbia al posto di palazzi ed edifici che la mappa si ostina a indicare come 'scuola', 'moschea', 'ristorante'. Una poltiglia gialla e grigia, macchiata dalle chiazze verdognole dei pochi alberi che resistono, nonostante tutto.
All'indomani del massacro compiuto da Hamas nel sud dello Stato ebraico, le forze israeliane risposero con l'operazione 'Spada di Ferro' con l'obiettivo di distruggere l'organizzazione terroristica e liberare gli ostaggi israeliani catturati dai miliziani. Da allora, gli attacchi aerei e di terra dell'Idf sulla Striscia hanno decapitato i vertici di Hamas, compresi la mente e il braccio del 7 ottobre, Yahya Sinwar e Mohammed Deif, ma non hanno risparmiato la popolazione civile: in tre anni di guerra almeno 74mila persone sono state uccise dalle bombe o dalla fame, e 175mila ferite, secondo dati dell'Ocha, l'Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari. E oltre l'80% delle vittime erano civili, ha rivelato un'inchiesta del Guardian da un database dell'intelligence militare israeliana.
Un'ecatombe per la quale il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant sono ricercati dalla Corte penale internazionale con l'accusa di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, per omicidio, persecuzione e per aver usato la fame come arma.
Morte e distruzione non si sono mai del tutto fermate, nemmeno con il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, più volte violato da Israele e Hamas con un bilancio di almeno altre 1.400 vittime palestinesi nell'ultimo anno. L'accordo era stato sancito in pompa magna da Donald Trump, con un piano in 20 punti e la nascita del Board of Peace, organismo personalistico voluto e creato dal presidente americano per gestire il dopoguerra e la ricostruzione della Striscia, che però ancora oggi stenta a dare vita ai suoi stessi progetti.
Archiviato l'irrealistico modello 'Gaza Riviera' che intendeva trasformare l'enclave in un resort di lusso, solo a fine settembre di quest'anno è stato presentato all'Onu un piano da 2,4 miliardi di dollari per i primi interventi, che comprendono la rimozione delle macerie, la costruzione di alloggi temporanei e di una base che possa ospitare i 5.000 militari della Forza internazionale di stabilizzazione: un contingente multinazionale, di cui ancora non sono del tutto chiare composizione né regole di ingaggio, da interporre tra Hamas che a parole ha accettato un parziale disarmo e Israele che continua ad occupare il versante est della Linea Gialla, allargata ad oltre il 60% del territorio, che ha di fatto diviso in due la Striscia.
Altre migliaia di corpi, fino a 10.000 secondo le stime dell'Onu, sono inoltre ancora sepolti sotto le macerie dell'enclave palestinese. Stando alle Nazioni Unite, il 92% degli edifici è stato distrutto o danneggiato, i detriti ammontano a 61 milioni di tonnellate: rimuoverli richiederà tra i 7 e i 10 anni, e decine di miliardi di dollari. La popolazione palestinese si appresta così a vivere un altro inverno nelle tende o in rifugi di fortuna, come quelle poche case rimaste in piedi ma pronte a crollare al primo scossone.
Gli aiuti umanitari continuano ad arrivare con il contagocce, l'acqua potabile scarseggia e i danni agli ospedali e la carenza di attrezzature hanno ridotto praticamente a zero le capacità sanitarie della Striscia. Il tutto nel buio dei media internazionali, ai quali Israele vieta ancora l'accesso a Gaza, e all'ombra delle elezioni israeliane del 27 ottobre che Netanyahu ha di fatto reso un referendum sul suo operato contro l'aspirazione dei palestinesi a vivere in un proprio Stato.
Intanto 'i bambini palestinesi continuano a vivere nella paura', ha denunciato un funzionario dell'Ocha a settembre. 'Non la paura del primo giorno di scuola o di esami difficili, ma la paura delle bombe, la paura dei proiettili, la paura di essere separati dalle loro famiglie'. Tuttavia 'la sofferenza dei bambini palestinesi non è inevitabile', ha incalzato, esortando a 'rispettare il diritto internazionale, proteggere i bambini, garantire l'accesso umanitario a chiunque ne abbia bisogno, dare loro la possibilità di vivere, imparare e crescere'. Ma, per ora, i bambini di Gaza 'sognano solo di sopravvivere'.
04.10.2026 10:57
Israele chiuderà i valichi in vista del 7 ottobre
Il ministro della difesa Israel Katz ha disposto la chiusura dei valichi verso la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nei giorni che segnano l'anniversario del massacro del 7 ottobre 2023. Lo scrive il Times of Israel.
Katz ha affermato che, su raccomandazione delle autorità militari, verrà imposta una chiusura generale sia per la Cisgiordania sia per la Striscia di Gaza nelle giornate del 5 e del 7 ottobre. Il provvedimento non riguarda gli israeliani che transitano attraverso i posti di blocco in Cisgiordania.
Katz ha spiegato che ai lavoratori palestinesi «essenziali del settore sanitario» sarà consentito attraversare i posti di blocco in Cisgiordania, così come ad altri palestinesi nei casi in cui vi siano «impegni assunti dallo Stato dinanzi all'Alta Corte di Giustizia».
Altre deroghe ai palestinesi che intendono entrare in Israele dalla Cisgiordania, potrebbero esser concesse previa approvazione del Cogat (unità militare israeliana che gestisce le operazioni civili e umanitarie a Gaza e in Cisgiordania) ha aggiunto. In quelle giornate non entreranno aiuti nella Striscia, ma il Cogat ha precisato che le operazioni di ritiro degli aiuti sul lato di Gaza del valico di Kerem Shalom, sul versante egiziano, «proseguiranno come di consueto». «Va sottolineato che la chiusura dei valichi in queste date non dovrebbe avere alcun impatto sulla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza» ha aggiunto il Cogat.
04.10.2026 09:20
Teheran: «Gli USA hanno avanzato alcune proposte, ma Hormuz resta chiuso»
Mohammad Bagher Ghalibaf, capo negoziatore e presidente del parlamento iraniano, ha affermato che Washington ha avanzato «alcune proposte tramite un mediatore» dopo che Teheran aveva proposto una tabella di marcia di 7 giorni per la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Tuttavia, ha sottolineato, gli USA devono sapere «che l'epoca in cui si perdeva tempo e si imponevano richieste unilaterali è finita», che la posizione dell'Iran rimane «chiara e definita» e che «lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto finché non saranno soddisfatte le nostre sette condizioni basate sul Memorandum di Islamabad», ha dichiarato, stando a quanto riportato da Al Jazeera.
«L'Iran non è un Paese che definisce la propria grande strategia e la sicurezza nazionale sulla base dei tweet o delle interviste quotidiane dei funzionari americani. Basiamo le nostre azioni sulla condotta effettiva del nemico, non sulla retorica mediatica o su false dicotomie», ha aggiunto, citato dall'agenzia Irna.
«Né entusiasta né intimidito»
Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che l'Iran non è né «entusiasta» né «intimidito» dalle azioni degli Stati Uniti e che intende «sia combattere che negoziare».
Stando a quanto riporta Al Jazeera, il capo negoziatore iraniano ha precisato che Teheran «è presente sul campo di battaglia militare con tutte le forze».
«Li affronteremo con nuove sorprese; al contempo, utilizziamo gli strumenti della diplomazia per affermare la nostra superiorità in ambito militare e far valere i diritti del popolo iraniano», ha aggiunto.
Le condizioni
Il mese scorso, l'Iran ha comunicato agli Stati Uniti, tramite mediatori del Qatar, una serie di condizioni formali per porre fine al conflitto.
Tali condizioni includono la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, lo sblocco dei fondi iraniani congelati, la fine del blocco navale ai porti iraniani, la cessazione delle interferenze statunitensi negli affari interni dell'Iran, lo stop alla cooperazione degli USA con gli avversari dell'Iran e la fine di ogni attacco statunitense contro il territorio iraniano.
Addestramento militare ai civili
Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa iraniana West Asia News Agency (WANA) e riportato da Al Jazeera, l'esercito iraniano ha in programma di avviare l'addestramento di volontari nell'ambito di un programma volto a preparare i cittadini alla «difesa nazionale».
Il generale di brigata Mohammad Reza Alian-Nejad, responsabile dell'addestramento e della formazione dell'esercito, ha dichiarato che il programma si svolgerà a partire da oggi presso tre strutture a Teheran.
Alian-Nejad ha affermato che il personale proveniente dalle quattro branche dell'esercito sarà dislocato in diverse sedi designate come «presidi campali» per fornire ai volontari un «addestramento militare di base», seguito da corsi più avanzati.
04.10.2026 08:56
Attacco aereo saudita in Yemen, esplosioni vicino all'aeroporto di Riad
Gli aerei da guerra sauditi hanno preso di mira la città di Abs, nella provincia di Hajjah, nello Yemen, secondo quanto riporta l'agenzia iraniana Tasnim.
Poche ore prima, diverse fonti arabe della regione hanno riferito di esplosioni a Buqayq, in Arabia Saudita, a seguito di un attacco con missili balistici da parte delle forze yemenite. Fonti della regione poi hanno segnalato forti esplosioni anche nei pressi dell'aeroporto di Riad.
04.10.2026 08:00
Il punto alle 8
Si riaccende la tensione tra gli Houthi e l'Arabia saudita. I ribelli dello Yemen hanno accusato il Regno di aver lanciato decine di attacchi su Sana'a, mentre fiamme e fumo sono state viste levarsi da un impianto petrolifero Aramco alla periferia di Riad.
Al momento non c'è stata nessuna dichiarazione ufficiale ma nelle ultime settimane il gruppo sostenuto dall'Iran ha lanciato diversi attacchi contro le infrastrutture energetiche del Regno. Nel frattempo, a Camp David si è tenuta una riunione segreta sui conflitti in Yemen ed Iran tra il vice presidente americano Jd Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth, il direttore della Cia, il capo degli Stati maggiori congiunti e l'inviato di Donald Trump, Steve Witkoff. Assente il presidente americano, impegnato in un tour elettorale in vista delle midterm.
Secondo l'emittente Al-Masirah, vicina agli Houthi, «aerei nemici sauditi» hanno colpito Sana'a con 26 raid. Un'«aggressione saudita» contro la capitale yemenita, ha aggiunto la rete, senza tuttavia fornire dettagli su obiettivi o vittime. Due reporter a Sana'a hanno riferito di aver udito forti esplosioni e visto aerei da guerra lanciare missili sulla città. Sempre nelle stesse ore, Al-Masirah ha parlato di attacchi missilistici contro la rete di telecomunicazioni nel governatorato di Saada, nel nord-ovest dello Yemen, una delle roccaforti del gruppo. L'episodio segue l'annuncio dei ribelli secondo cui l'Arabia Saudita avrebbe bombardato la capitale yemenita giovedì notte, per la prima volta dalla ripresa dei combattimenti tra le due parti avvenuta a luglio. Poco dopo la diffusione di queste notizie giornalisti presenti a Riad hanno riferito di aver avvistato fiamme e fumo provenire da un impianto del colosso petrolifero statale Aramco, a sud della capitale. Le circostanze dell'accaduto non sono ancora chiare, ma negli ultimi mesi gli Houthi hanno rivendicato diversi attacchi contro gli impianti del colosso saudita.
Dall'altra parte dell'Oceano, mentre Trump continua a sostenere che «la guerra contro l'Iran finirà dopo le elezioni di midterm» i principali membri della sua amministrazione nella residenza presidenziale di Camp David per discutere i prossimi passi relativi al conflitto contro Teheran e agli scontri tra Arabia Saudita e Houthi in Yemen. Secondo quanto riferito da tre fonti informate ad Axios Vance, Rubio, Hegseth, Witkoff, il direttore della Cia John Ratcliffe e il capo dello Stato Maggiore congiunto, il generale Dan Caine avrebbero «preso delle decisioni, o quantomeno si è discusso a fondo della questione». L'ultima volta che si era tenuto un incontro simile è stato nel giugno 2025, pochi giorni prima che Israele entrasse in guerra contro l'Iran. Trump sta valutando da giorni la ripresa di operazioni su larga scala tra minacce di «far saltare in aria» il Paese e rassicurazioni che «un accordo è vicino». Teheran «non avrà mai l'arma nucleare», ha ribadito durante un comizio in Alabama il tycoon che in questo momento è più che altro preoccupato dagli effetti della guerra sulle prossime elezioni. «Abbiamo dovuto fare il lavoro sporco contro i bulli del Medio Oriente. Andava fatto anni fa, anche da parte di altre nazioni», ha aggiunto il presidente assicurando ai suoi sostenitori che i prezzi della benzina scenderanno «non appena» il conflitto finirà.
Durante un incontro con i giornalisti alla Casa Bianca il presidente Usa ha ribadito la propria posizione: «L'Iran è stato decimato, prenderò una
decisione». Lo ha detto Donald Trump parlando con i giornalisti alla Casa
Bianca prima di partire per l'Ohio. Il presidente ha poi aggiunto che la sua
linea su Teheran potrebbe essere quella «dura».

